Mobbing in aumento a Gorizia, le donne con figli sono le più colpite

In 12 mesi gli utenti del Punto d’ascolto di via Barzellini sono aumentati del 10%, le vessazioni, nel 68% dei casi, riguardano donne giovani, in particolare di rientro dalla maternità. Dennetta: «Colpiti soprattutto profili di istruzione medio/alta»

Francesco Fain
La conferenza stampa in cui sono stati svelati i dati del Punto d'ascolto anti mobbing. Foto Simcic/Tibaldi
La conferenza stampa in cui sono stati svelati i dati del Punto d'ascolto anti mobbing. Foto Simcic/Tibaldi

Continua a crescere, senza soluzione di continuità, il numero di persone che si rivolgono allo Sportello anti-mobbing. Dal primo gennaio a venerdì 18 settembre, hanno bussato alle porte della sede di via Barzellini 90 lavoratori, il 10 per cento in più rispetto all’analogo periodo dello scorso anno. E cresce, fra i mobbizzati, il numero delle donne che costituiscono il 68% del totale. Con una brutta novità: si è tornati a colpire la fascia della maternità. Quasi che fare figli sia una colpa da espiare al momento del rientro sul posto di lavoro.

I numeri

Di questo, e di molto altro, si è parlato venerdì mattina in occasione della presentazione dell’ultimo report dello sportello. Ad aprire la consigliera delegata alle pari opportunità Marilena Bernobich che ha ricordato come questo servizio, «del tutto gratuito e in cui viene garantito l’anonimato», sia nato nel 2018. «Chi bussa a questi uffici», ha evidenziato, «trova di fronte un team di esperti che gestisce la problematica. E, purtroppo, mi trovo qui nuovamente a sottolineare come siano molte di più le donne ad essere mobbizzate. Il Punto di ascolto nasce da un progetto in partenariato tra l’associazione Sos abusi psicologici odv e il Comune di Gorizia ed è uno strumento che la Regione Friuli Venezia Giulia ha messo a disposizione gratuitamente».

La relazione

Teresa Dennetta, avvocato giuslavorista e coordinatrice del Punto di ascolto, ha snocciolato una serie di numeri. «Le vessazioni riguardano soprattutto le donne, la cui fetta costituisce i due terzi del totale. Interessante», ha sottolineato, «anche la percentuale di nuovi utenti che ha raggiunto quota 88% mentre, un anno fa, erano il 72. Cala anche l’età che riguarda, ahinoi, la fascia della maternità. La donna si ritrova, al suo rientro, a combattere con la perdita delle sue funzioni: molte volte viene trasferita o marginalizzata».

La relazione getta luce anche sul titolo di studio degli utenti: il disagio riportato riguarda, in prevalenza, profili di istruzione medio/alta. Tra le donne, il 33% è laureata contro il 10 per cento degli uomini. «Nei primi anni di attività del nostro servizio», la sottolineatura di Dennetta, «venivano presi di mira soprattutto gli operai, oggi le cose stanno cambiando».

Contratti e settori

Il settore più presente è quello privato (72%). «Più di due su tre», il commento della coordinatrice, «arriva da questo comparto ma è in crescita anche il pubblico, pur essendo quello più sindacalizzato. Nel 40% dei casi vengono segnalate umiliazioni, nel 22% l’eccesso di controllo, nel 9% i compiti esorbitanti, nel 6 la marginalizzazione».

Il ritratto del mobber? Nell’81% è il superiore o il titolare, nel 18 il collega di pari grado. Ma c’è anche un 1% costituito da collaboratori che fanno mobbing sui superiori. Come può succedere? «Si tratta di persone che, avendo una certa ascendenza, lavorano meno e creano scompiglio sul posto di lavoro».

Il Punto di ascolto si trova in via Barzellini ed è possibile accedervi anche telefonicamente al nuovo numero 389/4554824. Via mail a antimobbing. gorizia @gmail. com. Le professionalità presenti: lo psicologo Paolo Ballaben, il medico del lavoro Andrea Campanile e Teresa Dennetta, avvocato e coordinatrice del Punto di ascolto.

La testimonianza: «Molti stranieri non accettano una donna come capo»

Ha lavorato in un’azienda (che non renderemo riconoscibile per motivi di privacy) in cui gran parte del personale, con mansioni inferiori alla sua, era straniero.

E, fra questi, c’era un gruppo importante di lavoratori che non riconosceva e non voleva considerare un capo “donna”. «Praticamente, non mi ascoltavano. Facevano di testa loro. Non era contemplato il fatto che potessero essere diretti da una rappresentante del gentil sesso. Sono stati momenti bui, molto bui».

La signora, di cui manterremo rigidamente l’anonimato, ha cercato una sponda nei proprietari dell’attività in cui lavorava. Anche perché sono stati proprio loro a promuoverla viste le indubbie capacità. Ma non ha trovato l’aiuto che sperava di ottenere. «E, in quel preciso momento, ho capito che agli imprenditori interessa la produttività e non certamente le persone. Il problema non erano i dipendenti che mi vessavano e non mi permettevano di lavorare e di organizzare al meglio il lavoro. Il problema ero... io».

E, allora, cos’è successo? «Mi sono ritrovata nella condizione di licenziarmi. Non riuscivo più a svolgere il mio compito con impegno, non ero serena. Per molti lavoratori, risulta difficile anche solo concepire che una donna possa assumere un ruolo di responsabilità».

E, infatti, a guardare le statistiche del Punto di ascolto di Gorizia emerge con nitidezza come le discriminazioni in generale più le discriminazioni di genere insieme equivalgano al 15 per cento delle criticità segnalate. E, anche questa, è una testimonianza, in cui molte donne avranno modo di riconoscersi.

La testimonianza: «Penalizzata dopo la maternità, ho dovuto lasciare il mio posto»

«Quando nacque il mio primo figlio, lasciai temporaneamente l’occupazione da responsabile dell’attività in cui lavoravo. Tornai, e mi ritrovai ad essere la numero 2, la vice. Alcuni anni più tardi, arrivò il secondo figlio: rimasi a casa e, al mio ritorno, i proprietari mi prefigurarono un nuovo cambiamento. Dovevo lasciare la sede vicino a casa per trasferirmi a 150 chilometri di distanza. Lì, la mia esperienza sarebbe servita di più, dicevano. Con due figli da crescere, non ho potuto dire ” e ho dovuto prendere una decisione: lasciare il lavoro che, per anni, avevo svolto con impegno e serietà. Ma vi pare giusto?».

A raccontare la sua triste esperienza una mobbizzata. La sua storia coincide con quella di molte altre donne che vivono e lavorano in Italia. Sembra quasi che mettere al mondo dei figli sia un peccato.

Il datore di lavoro, approfitta dell’assenza temporanea, per riorganizzare il lavoro e, al rientro, non c’è più spazio per la neomamma. E vengono, così, messe in atto decisioni che potrebbero entrare a far parte del perfetto manuale di chi esercita il mobbing. Questa signora (di cui manteniamo, giustamente, l’anonimato) si è rivolta allo sportello anti-mobbing in maniera tale da trovare, in qualche maniera, sollievo a quella che appare come un’ingiustizia evidente.

Ora, bisognerà vedere quale corso prenderanno gli eventi. «È chiaro», la confidenza, «che queste situazioni ti fanno sentire solo un numero. Diventa quasi una colpa mettere al mondo uno o più figli, e non è assolutamente giusto. Ho sempre lavorato a testa bassa ma questo è il ringraziamento che è arrivato dalla mia azienda. È una vera e grave ingiustizia».

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