Grazie alla Guerra fredda la città plurilingue si ritrovò ancora italiana

Alle 11 lo storico Andrea Graziosi protagonista dell’ultimo appuntamento del ciclo di incontri al Teatro Verdi

 

di Pietro Spirito

Pensiamo spesso al destino di Trieste come a qualcosa di legato a peculiarità locali, dinamiche circoscritte, una storia che a volte può apparire tanto particolare da essere scollegata da più vasti orizzonti. Non è così, perché, come diceva Goethe, chi conosce una storia sola non conosce nemmeno quella, visto che non può confrontarla e non ha quindi elementi di giudizio. La citazione è di . Andrea Graziosi, che domani, alle 11, al Teatro Verdi, ha il compito di chiudere il fortunato ciclo di incontri “I giorni di Trieste”, promosso dagli Editori Laterza in collaborazione con il Comune e il Piccolo e il sostegno di AgeasAps. Titolo dell’intervento: “La città contesa - 1954: la restituzione di Trieste”.

Professore, in realtà lei voleva titolare l'intervento al plurale: "Le città contese". Perché?

 «Perché Trieste - risponde Graziosi -, pur con la sua personalissima storia, ha fatto parte del gruppo delle città plurilingui europee. Si tratta di città che all’inizio della grande modernizzazione, che comincia alla fine del XVIII secolo, erano abitate da popolazioni miste, con lingue e spesso religioni diverse, di cui una in genere dominava le altre, sia dal punto di vista economico che da quello culturale, e spesso anche da quello demografico. Erano inoltre in genere città circondate da campagne abitate invece da popolazioni diverse per lingua e religione da quelle urbane. Queste città esistevano anche nella parte occidentale del nostro continente, pensiamo alle inglesi o scozzesi, e protestanti, Dublino o Belfast, ma anche ad alcune città dei paesi baschi. In quella orientale, però, costituivano quasi la regola: pensiamo per esempio a Praga dominata dai tedeschi e con un forte insediamento ebraico, dove i cechi erano duecento anni fa una minoranza, o a Vilnjus, una città polacca e ebrea circondata da campagne lituane. Ma anche a Salonicco, Riga, Leopoli, Bratislava, Wroclaw e la lista potrebbe continuare».

E quindi?

«Già nel corso del XIX secolo la veloce urbanizzazione vi portò masse crescenti di contadini, attratti dallo sviluppo industriale, ponendo le basi per conflitti sempre più acuti, ma ancora di regola pacificamente risolti, fatta eccezione per le zone dei Balcani resesi indipendenti dai turchi, dove spesso le popolazioni urbane musulmane, prima dominanti, furono perseguitate e comunque costrette ad emigrare. Questi contadini inurbati, che i processi di modernizzazione rendevano più agiati, e scolarizzavano, presero infatti a reclamare loro scuole, loro istituzioni culturali e - dove anche la religione era diversa - loro chiese, un processo facilitato dalla progressiva democratizzazione, che allargava il diritto di voto, ed era naturalmente osteggiata dai vecchi gruppi dominanti».

Poi cosa accadde?

«Le guerre balcaniche e la prima guerra mondiale accelerarono questi fenomeni e soprattutto li resero più violenti, mentre nuovi e vecchi stati premevano con più forza a favore della “nazionalizzazione” culturale e economica, aggravando conflitti e tensioni. Gli scontri, le migrazioni più o meno incoraggiate o forzate di popolazioni un tempo dominanti - dagli inglesi protestanti di Dublino ai greci e agli armeni di Smirne, ai tedeschi di Praga o delle città del Baltico - si fecero più frequenti, mentre si moltiplicavano episodi di violenza a sfondo “etnico” o religioso, diretti in particolare contro le cosiddette minoranze di diaspora come gli ebrei».

Un processo destinato a durare a lungo.

«Infatti le tragedie della seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra furono il culmine di questo processo: alla fine nella maggior parte di queste città gli ebrei erano stati sterminati, e le vecchie popolazioni dominanti scacciate. In alcuni casi questi eventi ebbero una doppia natura, come a Leopoli, che i sovietici “ucrainizzarono” e i cui monumenti e le cui istituzioni polacche furono trasferiti, insieme a parte degli abitanti, a Breslau- Wroclaw, che fu invece polonizzata».

E Trieste?

«È solo in questo contesto che si può capire la storia di Trieste, la cui popolazione slava crebbe tumultuosamente fino a reclamare il possesso della città in base alla teoria, esposta da Tito, ma formalizzata già nel 1921 da Stalin riecheggiando gli argomenti del nazionalismo romantico, secondo cui le città appartenevano alle campagne circostanti».

 Ma perché alla fine Trieste fu l'unica delle "città contese" a non passare di mano, come accadde a Leopoli o Vilnjus?

«Trieste riuscì a sfuggire a questo destino per ragioni politiche e geografiche. La guerra fredda, che già nel 1945 contrapponeva gli ex alleati, permise infatti agli italiani di sfruttare i conflitti tra i vincitori: gli angloamericani, che all’inizio gli erano stati favorevoli, presero allora le distanze da un Tito che nel 1945 era forse il campione più determinato dell’Urss e delle politiche staliniane. Ciò rese possibile agli italiani difendere Trieste, cosa facilitata dalla sua vicinanza geografica all’Italia. Da questo punto di vista, fu un bene che i conflitti tra Tito e Mosca scoppiassero solo nel 1948. Se fossero scoppiati prima, e gli alleati avessero assunto prima una posizione filo-jugoslava, è probabile che Trieste avrebbe seguito il destino delle città di cui abbiamo parlato. La svolta del 1948, che peggiorò sensibilmente la posizione italiana, fu invece determinante nel decidere delle sorti dell’entroterra, e quindi delle limitatissime dimensioni dell’insediamento italiano, ridotto al territorio urbano e alla piccola striscia che lo collegava al “corpo della nazione”. Trieste si ritrovò così ancora italiana, ma separata dai territori cui era stata tradizionalmente legata, e quindi costretta a vivere una vita difficile, specie se paragonata al grande sviluppo precedente, e in larga parte dipendente dall’intervento e dagli aiuti dello stato italiano».

 Le repressioni jugoslave a Trieste del dopoguerra possono essere lette anche alla luce del sostegno dato al comunismo alle teorie che giustificavano la presa delle città da parte delle campagne dell'entroterra?

«Direi di sì. Va ricordato però che queste teorie erano condivise da gran parte del nazionalismo europeo, che a partire da Herder aveva spesso contrapposto alle città corrotte dalle influenze straniere la purezza dei costumi e della lingua delle campagne, vera sede dei “popoli”. Da questo punto di vista, il movimento nazionale italiano, urbano e sostanzialmente anticontadino, costituisce un’eccezione nel panorama europeo. Laddove, come in gran parte dell’Europa centrale e orientale, Istria e Dalmazia incluse, le popolazioni urbane erano linguisticamente e spesso anche religiosamente aliene, i movimenti nazionali a base contadina ne chiesero la “nazionalizzazione”, secondo la teoria che tali insediamenti urbani fossero il frutto di conquista da parte di una penetrazione “aliena” in territori che erano “naturalmente” la sede dei popoli che li abitavano. La cosa straordinaria è che i comunisti, in teoria sostenitori dell’internazionalismo, si siano fatti i più ardenti sostenitori di questa teoria, a partire dal riconoscimento da parte di Lenin e Stalin del ruolo dei “popoli oppressi” nella lotta per il socialismo».

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