I 95 anni d’amore per i monti di Spiro Dalla Porta Xidias

TRIESTE
Compie oggi 95 anni Spiro Dalla Porta Xidias, decano degli alpinisti accademici del Club alpino italiano, l’ultimo storico rappresentante dei Bruti della Val Rosandra, scrittore, regista presidente del Gruppo italiano scrittori di montagna, socio onorario del Cai ed emerito del Soccorso alpino. Quasi un secolo di vita in buona parte consacrato a un alpinismo inteso più come disciplina spirituale che attività sportiva o d’impresa, un artista delle cime che oggi conta nel suo carnet 107 prime assolute e cinquanta libri pubblicati, di cui l’ultimo, “Arriva la Trenta” (Ed. Lint), è un omaggio alla sezione del Club alpino, appunto la Cai XXX Ottobre, alla quale è rimasto fedele nel tempo. E proprio la “Trenta” lo festeggia oggi pomeriggio, proiettando fra l’altro alcuni spezzoni di un film - scovato negli archivi Rai da Luciano Santin - da lui girato negli anni Settanta e dedicato al personaggio che più ne ha influenzato l’esistenza, e del quale è diventato un - pure a volte discusso - esegeta: Emilio Comici.
Cominciamo da qui: Emilio Comici.
«È un mito. In tutti i sensi. Un mito tra realtà e leggenda, l’alpinista che per me, e meglio di chiunque altro, ha saputo interpretare l’alpinismo come gesto estetico, come arte. Ancora oggi le sue vie di salita sono un capolavoro di perfezione».
L’arrampicata come elevazione spirituale. Oggi, in tempi di performance sportive e di un alpinismo tutto mercato, fa un po’ sorridere.
«Non riesco a concepire un significato diverso per l’alpinismo. E continuerò a scriverlo e ripeterlo. L’ho detto anche all’ultimo convegno del Gism, e sono stato il relatore più applaudito. Non sono il solo a pensarla così».
Eppure lei è stato un grande sportivo: il tennis, il basket...
«Sì, e ho iniziato l’alpinismo per puro caso. Per una ragazza».
Chi era?
«Irmili Premuda. Era il 1942, lei aveva 16 anni, io 24. Ero innamorato perso. Suo fratello, che mi ammirava per come giocavo a tennis, mi invitò ad arrampicare. “Visto che sei atletico”, disse, “vediamo come te la cavi”. Non me ne importava gran che, morivo d’amore, a me interessava solo sua sorella. Comunque andammo sulle Dodici vie in Val Rosandra, e fu un’autentica rivelazione. Da allora non più smesso».
Quella fu la prima scalata. E l’ultima?
«Nel 1987, a ottant’anni, la Via dei Tedeschi al Pic Chiadenis sul Peralba».
In mezzo centinaia di salite. E l’epoca d’oro dei Bruti.
«Già. Un gruppo di ragazzi che si ribellò ai diktat della sezione Alpina delle Giulie, e prese ad arrampicare in libertà».
Era il periodo della guerra.
«Arrampicare in Val Rosandra era un modo per fuggire agli orrori del conflitto. Avevamo un attaccamento morboso alla montagna, e alla figura di Comici».
Però molti Bruti parteciparono alla guerra partigiana.
«Ezio Rocco, il mio grande maestro, un uomo straordinario e un arrampicatore fortissimo, fu arrestato, torturato e fucilato. Gli avevo dato rifugio in casa, se avesse parlato avrebbero preso anche me. Giulio Della Gala e Luciano Soldat finirono impiccati in via Ghega, Dario Celar in campo di concentramento...».
I loro nomi sono impressi nel cippo dedicato ai Bruti in Val Rosandra. Com’erano invece i suoi rapporti con il fascismo?
«Semplicemente non potevo essere fascista. Sono nato a Losanna, in Svizzera, dopo che i miei genitori avevano lasciato Trieste per timore di ritorsioni da parte degli austriaci, perché mio zio Spiro Tipaldo Xydias era un volontario irredento. Ma considerate le origini della famiglia, quando tornammo a Trieste nel ’27 avevo la nazionalità greca. Non potevo iscrivermi al fascio, anche se ero iscritto come regista al teatro del Guf (Gioventù universitaria fascista, ndr)».
Il teatro, l’altra grande passione di una vita.
«Nel dopoguerra diressi il Tau, il teatro universitario. Una stagione straordinaria, basti pensare che in n paio di spettacoli ebbi come aiuto regista Tullio Kezich. In seguito sono stato tra i fondatori del Teatro Stabile di Trieste, ricoprendo vari ruoli fino al 1957».
Ricorda la vecchia polemica fra alpinisti occidentalisti e orientalisti? Granito contro calcare. Però è vero che l’alpinismo triestino non ha una grande tradizione di salite himalayane, bisognerà aspettare gli anni Ottanta per vedere un triestino in cima a un Ottomila.
«Dusan Jelin›i›, certo. È vero, per la gran parte l’alpinismo triestino ha una matrice di impronta dolomitica, solare, atletica, un po’ edonista. Enzo Cozzolino dopo la prima tempesta in quota disse “mai più”. Mi viene in mente invece Tiziana Weiss, lei sì sarebbe stata una grande alpinista d’alta quota».
Dopo Comici, due riferimenti ricorrenti nella sua vita: la Val Rosandra e il Campanile di Val Montanaia, che lei salì in prima invernale per gli Strapiombi Nord con Ezio Rocco.
«Era la prima volta che veniva superato il sesto grado in invernale. Invece la Val Rosandra è il luogo che riassume tutto ciò che per me significa la montagna».
Consigli a un giovane climber?
«Di considerare una salita, qualsiasi salita, in termini di ascesa. Una delle ultime possibilità di elevarsi dalle miserie del quotidiano».
Le manca la montagna?
«Oggi i monti li salgo con la penna, scrivendo. No, non ho mai abbandonato la montagna».
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