Il commento di Morelli: il silos di Trieste sarà chiuso grazie al Papa

E sia, l’abbiamo capito: sarà lo spauracchio del Papa a chiudere la vergogna del silos di Trieste. Accadrà in poche settimane. Il Pontefice ne è molto probabilmente ignaro (per ora), ma si deve alla sua agenda se all’improvviso tutte le autorità pubbliche, a partire dal ministero degli Interni, hanno preso ad agitarsi come morse dalla tarantola per porre fine all’umiliante accampamento di migranti che vivono tra ratti ed escrementi a lato della stazione ferroviaria, in un letamaio indegno di un Paese civile. Saranno sbarrati gli ingressi a quelle mura, trasferiti i derelitti che vi albergano. È palese il terrore di quel che potrebbe accadere domenica 7 luglio, allorché Bergoglio sarà atteso a dir messa in Piazza Unità in occasione della Settimana sociale. Se deviando dal protocollo si portasse a visitare quei disperati, come quasi certamente farebbe, l’eco sarebbe clamorosa.
Una soluzione si troverà, non importa quale. In parte i migranti saranno trasferiti in altre regioni, com’è necessario per ripartire equamente l’emergenza; in parte saranno collocati in un nuovo centro allestito in fretta e furia, una caserma dismessa in Carso o l’ostello scout, sperabilmente in condizioni decorose con una brandina e un lavandino.
Sarà già un passo avanti, anche se mosso dall’esigenza di scongiurare una figura atroce in mondovisione prima che dal senso etico della dignità di ogni persona. Ma non illudiamoci che sia una soluzione: sarà un rattoppo. Più civile dell’attuale scandalo, ma pur sempre un rattoppo. Ché anzi l’indifferenza potrebbe persino trarne sollievo: rimosso dal centro città e trasferito lassù, lontano dagli occhi e lontano dal cuore, il problema sparirà. Non lo vedremo più, quindi più non sarà.
Tra il mettere una pezza a un’emergenza e il gestire un fenomeno epocale, il salto di qualità è enorme. E non esiste Comune o Regione, né persino Stato nazionale, in grado di risolverlo da solo. Solo la demagogia politica usa questo tema come una clava da decenni, da una parte e dall’altra, senza che mai nulla sia veramente cambiato. A peggiorare le cose in Italia è la nostra inefficienza normativa, organizzativa e amministrativa.
Eppure un approccio che sia veramente strutturale – a Trieste così come in Italia e in Europa – non può che partire da tre esigenze centrali. La prima è di lungo periodo: favorire con impegno serio e risorse continuative lo sviluppo dei Paesi poveri, affinché si riassorbano le condizioni che spingono al dramma della migrazione; benissimo il Piano Mattei, se si tradurrà in azioni concrete e soprattutto durevoli.
La seconda è gestire l’emergenza dei flussi, attraverso centri di accoglienza decorosi in cui le persone possano (e debbano) fermarsi finché lo status di asilo venga riconosciuto o meno.
Oggi la procedura è interminabile, ma persino gli efficientissimi Stati Uniti fanno peggio: lì trascorrono in media quattro anni tra domanda e risposta, dopo che Trump svuotò deliberatamente gli uffici di personale.
La terza è affrontare un paradosso che fa ribollire le coscienze. All’ingrosso, l’Italia prevede di accogliere ogni anno 150 mila migranti regolari. Viceversa, ne entrano altrettanti irregolarmente.
I due fenomeni numerici non combaciano, non si appaiano, anzi confliggono: le imprese non trovano lavoratori né le famiglie badanti, mentre un continuo stillicidio di disperati attraversa i confini nottetempo per finire nel lerciume del silos e a ciondolare lungo le Rive.
Potrebbero lavorare (regolarmente), ma non lavorano: nessuno incrocia esigenze e disponibilità, nulla favorisce l’incontro di domanda e offerta. Le due stanze non comunicano, i sistemi sono reciprocamente muti e sordi. E questa, anche senza che il Papa irrompa nel silos, è una responsabilità che grava su tutti noi: le istituzioni, le associazioni che gestiscono i migranti e noi cittadini che ci voltiamo dall’altra parte.
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