Il Consiglio di Stato congela il cantiere del nuovo Centro culturale islamico

Ordinanza sospensiva emessa giovedì. Cisint: «I giudici ci danno ragione». Ma il legale della controparte: «Siamo fiduciosi»



La sesta sezione del Consiglio di Stato ha accolto l’istanza cautelare avanzata dall’amministrazione Cisint e ha sospeso l’esecutività della pregressa sentenza del Tar, la scorsa primavera impugnata dal Comune, in merito alla realizzazione del Centro culturale islamico Baitus-Salat, al civico 103 di via Primo Maggio. L’ordinanza sospensiva, pronunciata a Roma giovedì in camera di Consiglio (presidente Giancarlo Montedoro, estensore Alessandro Maggio, consiglieri Vincenzo Lopilato, Dario Simeoli e Stefano Toschei), “congela” la prosecuzione del cantiere almeno fino al 4 marzo 2021, giorno in cui si terrà l’udienza di merito e verrà quindi scritta e divulgata la sentenza definitiva. La decisione è stata motivata della «sussistenza di dubbi sulla natura strutturale delle opere da eseguire e sulla conseguente incidenza sulla statica dell’edificio, da approfondire nella pertinente sede del merito».

La proprietà dell’immobile ex Hardi, un vecchio discount della superficie complessiva di 1.840 m² dismesso nel 2010 e il 22 giugno 2017 passato nelle mani dell’associazione Baitus Salat a seguito di rogito notarile, per una somma all’epoca dichiarata di 350 mila euro, aveva avviato i lavori dopo il lockdown, in virtù del pregresso verdetto favorevole emesso dai giudici amministrativi a ottobre 2019. Nei tempi previsti, attraverso l’avvocato Teresa Billiani, il Comune aveva impugnato la sentenza, con richiesta di sospensiva. E sul punto, giovedì, Palazzo Spada si è pronunciato, accogliendo in prima battuta quest’ultima istanza.

Per il sindaco Anna Cisint, che ha recentissimamente appreso la notizia e ieri ha convocato una conferenza stampa urgente, «un provvedimento di grande rilievo, destinato probabilmente a fare giurisprudenza anche per le motivazioni, che manifestano dubbi sulla natura strutturale degli interventi previsti nell’edificio, così come era stato rilevato dall’amministrazione». L’ente aveva impugnato in considerazione del fatto che «l’immobile risulta privo di agibilità, di collaudo statico e si trova in stato grave obsolescenza, come attestato anche sull’atto di compravendita, dove il notaio descrive un immobile in stato degradato e privo di impianti», così l’avvocato Billiani in municipio. «Il Consiglio di Stato – invece il sindaco – ha ordinato di non procedere nei lavori e finita la conferenza informeremo i legali della controparte dello stop al cantiere. Si rileva molto raramente una sospensiva del genere». Insomma, l’ente è ottimista circa il prosieguo del procedimento.

Ma lo è pure l’avvocato della controparte, Susanna Vito, che interpreta l’ordinanza in senso «assolutamente prudenziale», ritenendo che non appena si entrerà nel merito emergerà «l’azione sempre corretta e aderente alle disposizioni di legge dei tecnici che hanno curato lavori e progetto». Per il legale, questo provvedimento «senza dubbio ci danneggia» e «c’è rammarico per l’allungamento dei tempi, poiché entro l’anno il cantiere sarebbe altrimenti terminato». Tuttavia Vito è fiduciosa che «la sentenza definitiva ci darà ragione». L’udienza del 10 è stata «una lettura interlocutoria, che non ha dato ragione a nessuno, bensì ha attestato che i giudici non possono ritenersi i soggetti deputati a valutare se si tratti o meno di un intervento strutturale e hanno demandato la questione ad approfondimenti che, una volta intrapresi, confermeranno l’azione corretta della proprietà». «L’agibilità di cui parla l’ente è atto successivo alla riqualificazione e lo stesso Com,une, a inizio pratica, aveva definito non strutturali tali interventi», termina.

Una storia, questa del centro culturale islamico, che si trascina ormai da tempo: quasi un anno fa il Tar aveva accolto il ricorso di Baitus Salat, che a sua volta, 15 mesi prima, aveva impugnato il blocco dei lavori disposto dal Comune di Monfalcone, imponendo lo stop al recupero del fabbricato. Alla base, in estrema sintesi, «carenze documentali» nella procedura legata alla presentazione della Scia, Segnalazione certificata di inizio attività. I giudici amministrativi a ottobre avevano altresì condannato l’ente a rifondere all’associazione le spese di lite, duemila euro, oltre agli oneri di legge e, a sentenza passata in giudicato, il contributo unificato, una “tassa” da versare ad avvio della causa. Quindi la svolta di giovedì, per Cisint, «ordinanza che premia la serietà delle decisioni assunte dal Comune, nonostante qualcuno le avesse messe in dubbio». —

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