Il futuro della Ferriera: «Niente riconversione ma siderurgia pulita»

Un convegno della Fiom per rilanciare la produzione prendendo come esempio il modello di Linz
Di Fabio Dorigo
Silvano Trieste 24/01/2012 Corteo Ferriera e Regione FVG
Silvano Trieste 24/01/2012 Corteo Ferriera e Regione FVG

«Un Paese che non fa il ferro è una Paese arretrato. Non ci sono cetrioli (surrogato vegetale, ndr)che tengano». Tonino Pantuso, della Rsu della Ferriera di Servola, sintetizza con poche colorite parole la posizione della Fiom sull’impianto siderurgico di Servola. Ferriera era, Ferriera è e Ferriera sarà. Riconversione? No, grazie. La Fiom nazionale rilancia sulla siderurgia per l’impianto di Servola. E lo fa dopo le ultime uscite del ministro allo Sviluppo economico, Flavio Zanonato che, oltre ad essere un fan del nucleare. è anche un sostenitore dell’acciaio made in Italy. «Noi siamo qui convinti che la questione della Ferriera di Servola e del polo siderurgico triestino fa parte di una questione strategica nazionale» chiarisce Gianni Venturi, coordinatore nazionale della Fiom Cgil per la siderurgia arrivato a Trieste per sostenere la tesi siderurgica sul «futuro dei lavoratori del polo siderurgico triestino Ferriera - Sertubi». «Riqualificazione e non riconversione» come precisa con pignoleria nominalistica Stefano Borini, segretario provinciale della Fiom. «Di fronte al fatto che non c’è alcun progetto definitivo su Servola, alle visioni di una riconversione logistica dell’area noi poniamo una questione industriale. Trieste non può essere esclusa aprioristicamente da un piano nazionale ed europeo della siderurgia».

A partire dall’inserimento di Trieste, promesso dal ministro, nel decreto di Piombino come area di crisi complessa. «Nessuno si salva da solo - ripete più volte Venturi -: La vicenda di Trieste deve stare dentro la questione della siderurgia italiana. Serve al più presto un tavolo nazionale su questo. Il sistema regge solo se offre un ciclo integrato dell’acciaio. E l’unico posto in Italia dove si fanno i pani di ghisa è Trieste». La siderurgia di cui parla la Fiom ha poco o nulla a che vedere con quella che si fa attualmente a Servola. La sfida sul mercato globale si vince solo puntando sulla qualità e sull’ecosostenibilità. Anche perché, come ricorda il responsabile nazionale della Fiom, in Europa c’è una sovracapacità produttiva di acciaio pari a 50 milioni di tonnellate, l’intera produzione della Germania che è il maggiore produttore europeo (subito dopo c’è l’Italia). «La siderurgia e l’ambiente possono coesistere», assicura la Fiom. Esiste una siderurgia pulita e neppure a troppi chilometri di distanza. Silvia, ricercatrice al Sincrotone («È passata dai fotoni al coke» dice Borini), racconta del caso di Linz, in Austria, dove un impianto siderurgico funziona in pieno centro città e convive con scuole e campi sportivi attorno. «La Ferriera di oggi è nociva per tutti, abitanti di Servola e lavoratori, Ma Linz ci dimostra che si possono ridurre le emissioni del 90% ottenendo inoltre un risparmio energetico sulla produzione». È il modello da studiare a cui eventualmente ispirarsi. Il problema è il tempo che, nel caso di Trieste, non è una variabile indifferente. È piuttosto una corsa contro il tempo. «L’azienda è ormai tecnicamente fallita e gli enti locali non hanno le idee chiare su cosa vogliono» spiega il segretario provinciale della Cgil Adriano Sincovich. Trieste non sa cosa vuol fare da grande. Neppure l’Italia. Solo che bisogna scegliere in fretta. «Abbiamo sei mesi di tempo. Non di più» dice Borini.

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