Il “misterioso” ritorno del tonno rosso

I pescasportivi esultano: «È riapparso in Alto Adriatico dopo dieci anni di assenza». Ma i biologi frenano. Il business illegale
Di Claudio Ernè

Erano scomparsi dalle acque dell’Alto Adriatico dieci anni fa al termine di una progressiva rarefazione iniziata già alla fine dello scorso secolo. Ora i tonni rossi, i “blue fin”, i più pregiati e ambiti dai pescatori e dai commercianti, hanno ripreso a essere catturati nelle nostre acque. Abboccano con rinnovata frequenza agli ami calati da potenti scafi e gommoni in braccia di mare precedentemente “pasturate” con sardine morte. «Sono tornati» dicono con soddisfazione i pescasportivi che si cimentano in questa attività che in lingua inglese viene chiamata “drifting”. Barca alla deriva nella corrente, mulinello robusto, grossi ami, esche di buone dimensioni e fili resistenti. Il tonno si difende, lotta per la vita con tutta la potenza della meravigliosa macchina dei suoi muscoli e del suo corpo affusolato che talvolta raggiunge anche i 300 chili di peso.

La notizia del ritorno dei tonni rossi non viene però confermata dai ricercatori. Il parere dei biologi marini è diverso. Affermano che il numero di tonni presenti nell’Alto Adriatico è in progressiva diminuzione da lungo tempo, così come accade ai pesci che costituiscono il loro nutrimento. Sgombri, sardine e alici, o meglio, sardoni. Ma qualcosa sta comunque accadendo perché il numero di imbarcazioni che battono il mare per catturare i “blue fin” è sicuramente superiore alla sparuta flotta dei nostri ricercatori. Inoltre i dati ufficiali delle catture “sportive” di tonni rossi sono viziate da un fenomeno che è stato denunciato più volte. Anche qui predomina il “nero”, ovvero l’illegalità. Lo ha denunciato di recente il governatore del Veneto Luca Zaia che, tra l’altro, parlando proprio del tonno rosso, ha affermato che «è interesse di tutti smascherare e fermare commerci di questo genere che costituiscono un danno generale per la nostra comunità e per quanti vivono lecitamente del mare. Tali commerci non solo violano le regole internazionali e le leggi italiane ma di fatto speculano sulla crisi che attanaglia i pescatori dell’Alto Adriatico già pesantemente colpiti da anni nelle loro capacità di ricavare un redditoda un lavoro che ha fondamenta e tradizioni secolari».

L’Unione europea ha infatti limitato il numero delle catture dei tonni imponendo regole severe sulle loro dimensioni e sul loro peso. In Mediterraneo operano da tempo pescatori giapponesi a bordo di una flotta che ha raggiunto dimensioni notevoli. Le regole non sempre vengono rispettate da questi e da altri professionisti del mare, ma qualcosa è accaduto perché, almeno in Alto Adriatico la cattura definita “sportiva” del tonno rosso è ricominciata.

Siamo lontanissimi da quanto è accaduto tra Ottocento e Novecento lungo le nostre coste dove numerose tonnare hanno operato in Dalmazia e Istria. Nella zona di Trieste questo sistema di pesca ha funzionato tra Barcola e Duino e alcune fotografie, come quelle scattate nel 1954 da Ugo Borsatti, documentano l’attività dell’ultima tonnara. Sono 14 scatti 6x6 in bianco e nero realizzati con la Rolleiflex. «Il 24 agosto Trieste manda definitivamente archivio la stagione delle tonnare. A Santa Croce - scrive il decano dei reporter triestini nel suo libro dal titolo “Ugo e noi” edito da emme&emme di Massimo Cetin - fra Grignano e Sistiana moltissimi abitanti e molti erano bambini, anziani, donne, partecipano all’ultimo spettacolare giorno di pesca, aiutandosi l’un l’altro: è la stessa solidarietà carsica che si ripete nei pastini, i caratteristici terrazzamenti che si estendono dalla strada costiera al mare, quando è tempo di vendemmia. L’ultima tonnara chiude un ciclo glorioso durato molti decenni».

Di quanto era accaduto 61 anni fa a Santa Croce aveva parlato qualche tempo fa anche Franco Cossutta presidente dell’Associazione culturale Museo della pesca del Litorale triestino. «I tonni appartenevano alla specie Euthynnus Alletteratus: la loro carne è più chiara e tenera di quella degli altri tonni pescati nel Mediterraneo. Raggiungono un metro di lunghezza e 30 chili di peso e all’epoca ne furono catturati più di 800».

L’arrivo in quelle acque dei tonni era stato segnalato da tre vedette che scrutavano ogni minima variazione della superficie del mare dal sovrastante ciglione carsico, a 150 metri d’altezza. Ogni punto di osservazione era separato dall’altro da 500-600. L’allarme era stato “gridato” nel vento e i pescatori iniziavano il loro lavoro posizionando la rete da bordo di una agile barca a remi dal fondo piatto. Il cerchio attorno ai tonni andava chiuso in una decina di minuti, pena la fuga dei pesci. Poi, a catture avvenute, arrivavano i paesani. I tonni non venivano colpiti e feriti a morte con uncini e fiocine ma morivano per soffocamento, tratti fuori dal mare e portati sulla spiaggia. Infine la divisione del pescato fra tutti e la festa. Un rito collettivo che si è protratto per almeno un paio di secoli prima di essere cancellato dalla cosiddetta “modernità” e dalle catture dei tonni in alto mare.

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