IL NUOVO ASSE PER UNA SCOSSA

Il rapporto del centrosinistra con l’opinione pubblica si è logorato, come dimostrano le ultime elezioni amministrative. La capacità del governo Prodi di proporre un progetto e una guida al Paese sembra indebolita, come conferma il fragile successo al Senato. C’era bisogno di un colpo di timone. Quel colpo è arrivato con il documento di Rutelli e altri di area Margherita, Ds e dell’Ulivo, che hanno firmato un manifesto che ha il merito di porre la questione decisiva per l’attuale maggioranza: il suo posizionamento strategico, quindi i valori e il programma in base ai quali si potranno stringere le future alleanze di governo.


L’ipotesi che la geometria politica possa variare rispetto a oggi e spostarsi al centro viene di fatto aperta. Adesso si può comprendere meglio qual è la linea di demarcazione di un governo riformista di centrosinistra e di uno che non lo è. E si può comprendere anche chi e per quale ragione nel Partito democratico qualcuno possa legittimamente sfidare la possibile leadership di Walter Veltroni. È interessante che la competizione ci sia, ma è importante che il confronto avvenga sul terreno del programma e delle alleanze per non apparire una lotta di potere all’interno di un ceto politico. Il manifesto rafforza la candidatura di Veltroni e si intitola «Il coraggio di cambiare». In effetti, nel centrosinistra di questo c’è bisogno: di coraggio, di cambiamento.


Di pensare e agire come la forza tranquilla del Paese. Veltroni ha riconosciuto la «sintonia» con il suo discorso di Torino. Parole che hanno spiazzato diversi attori in scena. Innanzi tutto, il governo Prodi che non riesce a interpretare una visione comune del destino dell’ Unione. La stessa leadership del premier sembra meno vincolante per le mosse del futuro. Ma il manifesto ha posto, indirettamente, un quesito anche al centrodestra che, al Senato, ha recitato lo spettacolo dell’attacco ai senatori a vita, degli insulti in aula a D’Ambrosio. Fino a quando un’opposizione che voglia tornare alla guida dell’Italia può pensare di fare della corrida il suo programma di governo?


Quale credibilità ritiene di ottenere con gli schiamazzi? Berlusconi si è affrettato a correggere questa immagine scomposta: ha colto l’occasione dell’indagine della Procura di Catanzaro che tocca Prodi per pronunciare parole moderate e corrette: «Mi auguro che ne possa uscire con onore». Il manifesto di Rutelli invoca un «cambio di rotta». Viene, quindi, pronunciato un giudizio poco convinto sul primo anno e pone, senza mezzi termini, l’interrogativo dirimente: come riposizionare il partito nuovo affinché non sia un nuovo partito? Quale idea di Italia e per l’Italia, di conseguenza quale sistema di alleanze prefigurare? Con una buona dose di realismo, il manifesto si interroga sul vero stato del rapporto dell’Unione con il Paese e lascia trasparire la necessità di un riequilibrio al centro. Si tratta di un tema che il centrosinistra non può eludere in quanto investe il restringimento della sua base di consenso. Qui non si discute di formule astratte, ma di quali soluzioni proporre e di quali ceti rappresentare.


L’Unione si trova di fronte a un bivio: tornare a essere minoranza o, al contrario, tentare di uscire dai confini del proprio consenso sociale e esprimere una vocazione maggioritaria. Il Pd o nasce con questa missione unita all’ambizione di cambiare il Paese, o non ha ragion d’essere. Il punto è che le difficoltà di Prodi non hanno origine solo nella complessità della sfida da affrontare o nella instabilità del Senato. Il male dell’Unione è prima di tutto politico. Ha la sua radice nella scelta del premier di fondare la stabilità della maggioranza su due pilastri: il rapporto privilegiato con la sinistra radicale, e la concertazione a ogni costo con il sindacato.


Questo duplice asse privilegiato, dentro e fuori la coalizione, di fatto ha emarginato il ruolo della maggioranza riformatrice e ha dispiegato troppi effetti negativi: Rifondazione, i Verdi, il Pdci si sono sentiti legittimati a possedere la «golden share» dell’Unione, un diritto di veto verso ogni decisione. Anzi, con il passare dei mesi le cose sono peggiorate. L’insostenibile ambiguità di una sinistra radicale nello stesso tempo di lotta e di governo è emersa con evidenza. E i suoi consensi si sono ridotti in proporzione alla sua contraddizione. La fotografia di questa divaricazione è stata scattata nelle due piazze della manifestazione contro Bush. Una, quella autogestita, affollata; l’altra, quella dei partiti, deserta. In quel momento ha avuto visibilità la contestazione da «sinistra» della sinistra massimalista al governo. Ma più silenziosa, tuttavia non meno insidiosa, è la contestazione da «destra»: la parte più responsabile dell’elettorato radicale, infatti, sembra non condividere la linea dell’emergenza permanente, dei veti continui.


La politica dell’interdizione non corrisponde al codice genetico della tradizione comunista ex-Pci: essa semmai prescriverebbe che si debba influire sulla maggioranza in un clima di leale collaborazione. Questa parte dell’elettorato radicale assiste sconcertata alla paralisi del «suo» governo. La verità è che si è fatto avanti un «partito del no» che delude i più estremisti, perché ritenuto ancora moderato, e scontenta i più responsabili, perché lontano dal senso del cambiamento possibile di tradizione comunista. Per inseguire la sua base delusa, il «partito del no» ha finito per chiedere sempre di più, impersonando le istanze più conservatrici che, di fatto, impediscono ogni decisione. La corda è stata tirata al punto che la sinistra radicale talvolta sembra incompatibile con un governo. A questo gioco al rialzo, si è unito il sindacato, il quale teme a sua volta di essere scavalcato a sinistra e alza continuamente la posta per difendere il proprio ruolo. Fino al caso delle pensioni, per le quali i sindacati avevano firmato con Maroni l’accordo sullo scalone che, ora, vogliono cancellare senza tenere in conto né dello stato dei conti pubblici né degli interessi delle giovani generazioni.


È questa la tenaglia che ha consumato in una negoziazione perpetua l’efficacia del governo. Fino a quando potrà durare? In queste condizioni, è sempre più difficile per l’Italia, anche per quella progressista, riconoscersi nei compromessi di retroguardia cuciti dal governo. Ed è sempre meno probabile che il Paese riesca a identificarsi in una cultura di fatto espressione di una minoranza radicale o di un sindacato che, talvolta, sembra aver smarrito il senso della sua funzione. L’attuale asse rappresenta un Paese statico destinato a perdere posizioni competitive. La società, soprattutto al Nord, è entrata in contraddizione con un sistema politico percorso da conflitti paralizzanti. La gente non sembra credere più a nessuno. Il manifesto di Rutelli reclama la svolta, un nuovo asse che restituisca dinamismo al sistema. Che dia una scossa al Paese.


E lo cerca nel luogo crocevia per l’Unione: il Partito democratico. Si apre, quindi, la vera competizione dentro il Pd e dentro il centrosinistra. Non quella nominalistica Veltroni o Bersani o Letta, ma quella strutturale che incardina il Pd su tre principi. Il primo è la battaglia per l’egemonia che i riformisti hanno perduto e che possono riconquistare con un partito che allarghi la sua base elettorale. L’egemonia non è solo culturale, rispecchia pure rapporti di forza decisi dagli elettori. Il secondo è il principio che sancisce che il programma determina le alleanze, non le alleanze che scrivono (a colpi di compromessi) il programma.


Il terzo è il rapporto con il governo: un partito deve raccontarsi al Paese e deve avere margini di libertà rispetto a un governo che rappresenta una coalizione variegata. Il che equivale a dire che è responsabilità del partito azionista di riferimento indicare gli obiettivi e vedere poi chi li condivide. Chi nel centrosinistra si affretta a sostenere che cambiare è pericoloso, non si accorge che proprio questo atteggiamento sta alla base della conservazione. Che cosa hanno da conservare di questi anni il Pd ma anche l’Italia? La lunga partita, trasversale agli schieramenti, tra conservatori e innovatori continua. Solo la sua conclusione può sigillare la fine della transizione.

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