Il potere e il consenso
Gli ambientalisti hanno avuto la loro manifestazione. Adesso la parola torna alla politica. E la politica sembra intenzionata a rispondere a quei settori della società preoccupati di essere penalizzati dalle scelte compiute dalla Regione. La decisione del Consiglio regionale di avviare le audizioni di comitati e sindaci è il tentativo di ristabilire un metodo che la democrazia non dovrebbe dimenticare: il governo è responsabilità di chi viene eletto, ma l’esercizio del potere non dovrebbe sottrarsi alla partecipazione, al controllo dal basso, alla libertà di dissenso. Sembra, dunque, una via ragionevole quella che il Consiglio regionale, il presidente Tesini, la stessa opposizione indicano. Norberto Bobbio avrebbe certamente approvato.
Lui che, nel suo serrato confronto con Hobbes, Locke, Kelsen e Popper, ci insegnò che occorre «portare lo Stato al livello degli uomini». E che intuì che occorreva vivere le regole e le procedure non come meccanismi asettici di perpetuazione del potere, ma come modo di intendere il rapporto tra Stato e società. Bisogna forse prendere atto che chi oggi ha assunto il complesso compito di governare ha di fronte un problema inedito, ormai diventato centrale in ogni democrazia: la modernizzazione è indispensabile per assicurare la crescita, ma non si riesce a modernizzare la società senza il consenso dei cittadini. O quando i cittadini percepiscono, a torto o a ragione, la modernizzazione come una minaccia. È stato questo il terreno sul quale si è giocata la competizione elettorale in Francia, nella quale tra l’energia di Sarkozy e Madame coraggio, Ségolène Royal, come ha scritto «Le Monde», i francesi hanno scelto il progetto del primo. Sarkozy ha avuto l’abilità di proporre ai francesi un processo di cambiamento saldamente legato all’identità, all’orgoglio, alle paure dei francesi. E questo sembra il contesto inedito per la politica moderna, a Parigi come a Roma o a Trieste.
Decisione e consenso, leadership e partecipazione: ecco il nuovo paradigma dal quale non si può sfuggire, la complessità che sfida leader e maggioranze. Così il centrosinistra regionale rischia di trovarsi stretto tra chi contesta e chi governa. Chi protesta più si vede negare l’accesso alla decisione pubblica più si irrigidisce; chi decide si sente contestato, forse vive una sindrome da assedio, difende le sue scelte con asprezza inusitata. Non come forza tranquilla, ma come forza che si autorappresenta isolata. Sarebbe stato prevedibile che in prima linea si trovasse l’assessore competente, Moretton; che il governatore avesse riservato per sé il ruolo di presidente di tutti, capace di entrare in scena per trovare la soluzione al problema di combinare un progetto con le insicurezze della gente. Invece, Illy è saltato sul tema, ci ha messo la sua faccia, in uno scontro diretto (ma con chi?) che avrà forse le motivazioni politiche descritte dal prof. Valdevit nel suo articolo di ieri, cioè un investimento politico sull’immagine «decisionista», ma che comunque sorprende.
Il presidente, infatti, dovrebbe essere l’ultima istanza, insieme decisore di una linea e arbitro tra i diversi interessi e valori in gioco. Invece, il rapporto che si è instaurato è quello della contrapposizione. Come se la vera posta in palio fosse a chi si deve attribuire la titolarità del potere, del comando che fa prevalere la propria volontà: al governatore eletto o ai cittadini dissenzienti? I rischi per il centrosinistra non mancano. Il cementificio o la centrale a biomasse a Tolmezzo, cioè alcuni atti della politica ambientale e territoriale della Regione, hanno finito per oscurare anche le cose positive che Intesa ha fatto su questo tema come il piano per l’energia. Notizia scaccia notizia, noi giornalisti lo sappiamo bene. Non sarebbe male che anche gli amministratori pubblici se lo ricordassero. Ma la questione più importante è che dentro la protesta c’è una domanda di riconoscimento e, insieme, si avanza un dubbio di legittimità. Se così è non si può replicare con una concezione legale del potere, perché quando i cittadini manifestano, e forse rispecchiano un’opinione più vasta di quelli che sfilano, revocano in dubbio un altro fondamento: i fini del potere, cioè del governo, vengono percepiti come contraddittori rispetto al sistema di credenze e di valori della gente.
Per esempio, il presidente della Regione ha criticato il capogruppo Ds in Regione Travanut, perché le sue resistenze nascerebbero dalla campagna elettorale dato che si è candidato al Comune di Cervignano. Illy allora sa bene che la protesta è diffusa sul territorio, al punto che Travanut ne sarebbe condizionato come candidato. Lo rimprovera, quindi, di fare bene il suo mestiere: quello di rappresentare la sua «constituency», le domande della sua base elettorale. Semmai con Travanut si potrebbe discutere se sbaglia o no nella valutazione sul cementificio, non se ascolta i suoi cittadini-elettori. È esattamente questo il nodo che il centrosinistra, in qualche modo, è chiamato a districare. È giusto che chi è eletto per governare assuma le decisioni che ritiene corrette per lo sviluppo della Regione. Ma nella società di oggi, quella della crisi della delega, del declino dell’autorità, dell’antipolitica, il potere può permettersi di decidere in modo che non corrisponda alla realtà sociale? Può trascurare il consenso per il «prestigio» di chi lo detiene? Se si interrompe questo circuito, il centrosinistra perde credibilità e potrebbe aprirsi uno scollamento con parti importanti del territorio che governa.
È il fantasma di Gorizia. La giunta regionale potrà anche assumere la sua delibera, ma lo farà appunto in virtù della legalità, cioè del fatto che il diritto può ricorrere in ultima istanza alla forza per ottenere il rispetto delle norme. Ma senza una condivisione perderebbe la giustificazione collettiva al suo ruolo. Per questo Bobbio rifletteva sulle due facce della politica secondo la distinzione di Weber: la politica come funzionamento delle istituzioni e la politica come terreno di confronto pubblico tra proposte diverse e anche conflittuali per realizzare la cittadinanza. L’una ha bisogno dell’altra. Occorrerebbe, quindi, spostare il conflitto dal piano della contrapposizione ideologica tra chi è pro e chi contro il cemento a quello del confronto tra idee. Senza questo spostamento, senza il dialogo la «politica si pone in termini di disputa teologica e l’accordo non è neppure pensabile» (Bobbio). Per di più non tutte le questioni hanno uguale peso: la Tav o il rigassificatore rappresentano scelte strategiche che rispondono a un interesse generale che tutti comprendono. Come ha detto Prodi, non si può manifestare per la bassa velocità.
Ma che cosa ha di strategico un cementificio con un forno enorme in un’area dove l’equilibrio ambientale è già critico? La domanda amplifica il contrasto tra le diverse istanze. Illy rivendica il diritto-dovere a decidere; cittadini e sindaci, molti dei quali sono di centrosinistra, avanzano un’altrettanto lecita domanda di partecipazione. Illy parla del «chi» decide, vorrebbe porre l’alternativa secca tra le sue scelte positive e il no inconcludente di chi dissente. Coloro che non ci stanno parlano del «come» si decide e chiedono una capacità di governo differente, non necessariamente antagonista. Qui può innescarsi un corto circuito che rischia di far emergere una crisi di rappresentanza tra maggioranza e territori. Al culmine della legislatura, la frattura ambientale potrebbe rivelare, a sorpresa, una crisi interna del potere. Ci si avvicina, infatti, a un punto di rottura quando un governo entra in contraddizione con l’idea di sviluppo della sua società. Le scelte diventerebbero pericolosamente semplici invece che complesse come sono: pro o contro Illy invece che confrontarsi sul progetto di modernizzazione e di come attuarlo.
Non so se il governatore punta a un referendum di questo tipo, ma la politica sembra volere evitare di scivolare su questo piano inclinato. Forse per una ragione: un simile referendum, alla fine, impedirebbe a tutti di discutere. Per riuscirvi forse occorre trovare un nuovo equilibrio tra leadership e partecipazione. Se è vero che il leader si misura con il cambiamento, questo è il terreno sul quale oggi presidente e l’intera politica sono messi alla prova. Non è in gioco un rapporto di forza. La questione della legittimità contiene la promessa dell’incontro tra potere e consenso. Perché non può accadere sull’ambiente qui e ora?
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