Il teatro era il suo “nido di memorie”. Trieste raccontata in una trilogia

Francesco Macedonio: «Aveva il vizio del palcoscenico»
Tullio Kezich
Tullio Kezich
Scrivere nel proprio dialetto è come andare in bicicletta: una volta imparato non si dimentica più. Queste parole, dette al telefono da Francesco Macedonio, convinsero Tullio Kezich a scrivere “L’americano di San Giacomo”, commedia “in triestino” ed esordio di una lunga collaborazione tra il critico cinematografico e La Contrada.


Così almeno la raccontava Kezich. Mentre Macedonio, nel rievocare adesso la figura dell’amico scomparso, dubita che quella frase fosse mai stata pronunciata. Sospetta anzi che si trattasse una trovata, una battuta, «una delle tante e belle battute, con cui a Tullio piaceva condire ciò che scriveva, oltre che la vita».

Vero o non vero, fu quella telefonata, settembre 1996, a saldare il filo tra due aspettative, due esigenze. Da un parte, ricorda Macedonio, trovare nuovi testi in triestino dopo la prolifica stagione di Carpinteri&Faraguna diventava sempre più difficile. Dall’altra parte, c’era “il diletto del dialetto”: quel gioco di parole a Kezich piaceva. Per lui anzi non era un gioco. Era un‘esperienza psicanalitica, un’archeologia dell’anima, una storiografia personale.


Perché nell’«Americano di San Giacomo» commedia, che non tardò a debuttare sul palcoscenico del Cristallo, Kezich aveva messo dentro un mondo di famiglia: suo zio Berto di ritorno dall’America, la mamma, la nonna dalmatina, “la mula del pian se sora”, Vittorio Vidali, e anche se stesso ”muleto, ciapà del cine”. E si era dato persino un nome: Sergio.

Però non si può dire che dieci anni fa La Contrada abbia “scoperto” in Kezich l’autore di teatro. Tra lui e i palcoscenici c’era un legame già stretto. Diciottenne si era improvvisato attore nel triestino Teatro d’Arte dell’Università suscitando l’ilarità con una sola (l’unica?) battuta. Peccato che si trattasse di una tragedia.


Ma anche dopo aver deciso che quello dell’attore non sarebbe stato il proprio destino, di adattamenti per la scena, traduzioni e testi originali, ne aveva scritti parecchi. Tra i tanti, una “Coscienza di Zeno” (1964) con protagonista Lionello, un pirandellano “Mattia Pascal”, il buzzatiano “Un amore”. Oppure il suo “Viva Bresci!” nel 1970, a settant’anni esatti dai colpi di pistola anarchici.

In realtà, dieci anni fa, quel suo andare in bicicletta sul filo di una lingua che diceva di non conoscere più (“Son ‘nda via de Trieste nel ’53, Cesco, go desmentigado tuto…”) era la scintilla che aveva riacceso in lui il rapporto tutto particolare che i triestini hanno con il dialetto (e Strehler frequentato a lungo, per un progetto comune sulla vita di Carlo Goldoni, gli era servito d’esempio). Così era nata, per gusto, per esigenza, per gioco, la trilogia che aveva fatto di Kezich un poeta di compagnia e gli aveva permesso di comporre il proprio lessico famigliare, trittico esteso a tutto il proprio vissuto, scoprendo via via la figura del padre avvocato e la Trieste in piena tormenta bellica (“Un nido di memorie”, 2000), o tratteggiando per filo e per segno gli entusiasmi e le amarezze dell’immediato dopoguerra nelle figure di una “clapa” di giovanotti (“I ragazzi di Trieste”, 2004) che se non fosse stata dispersa dalle emigrazioni – sottolinea Guido Botteri – avrebbe potuto costituire il nerbo di una nuova classe dirigente nella Trieste post-fascista. Ma non andò così.


«Eppure Tullio, il vizio del teatro non l’aveva mai perso, anche se le sue strade una volta lasciata Trieste lo portavano altrove» prosegue Macedonio. «L’immagine che in questo momento ho di lui, è quella del critico affermato e ancora giovane, con quella barba scura che si fece crescere per un po’ di tempo, e lo faceva sembrare un professore austro-ungarico». Anzi un italiano svevo, per tornare all’altro filone che nel frattempo avevano deciso di imbastire in Contrada. Un Italo Svevo secondo Kezich, immaginario ma non per questo meno documentato, che sarebbe presto apparso sul palcoscenico di via Ghirlandaio. Lo scrittore svelato attraverso figure femminili – la “vera” Angiolina di “Senilità” (in “L’ultimo Carneval”, 2002) oppure la suocera Olga Veneziani - che Kezich aveva scelto come reagenti, per inventare dialoghi e situazioni che si situeranno d’ora in poi nella bibliografia degli studi sveviani, senza rinunciare per un solo attimo al divertimento della commedia. Lo sa bene Ariella Reggio che di quella suocera “comandona” è stata interprete otto mesi fa.

«Zerte persone xe fate aposta per diventar ricordi» fa dire Kezich a uno dei suoi personaggi. Queste commedie, scritte per Trieste, danno più forza, oggi, a quella battuta.
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