Il torturatore Aussaresses scatena le polemiche
GORIZIA
Non poteva passare inosservato un personaggio come Paul Aussaresses. Uno che ha confessato di avere torturato i «nemici» durante la guerra d’Algeria, senza aggiungere una sola parola di pentimento. E ieri, puntualmente, il generale francese, autore del libro «La battaglia d’Algeri dei Servizi speciali francesi», pubblicato dalla Libreria Editrice Goriziana, è stato accolto a «èStoria» con uno strascico di polemiche. Gran presenza di poliziotti e carabinieri attorno alla Tenda Erodoto, ma nessun episodio che abbia fatto inquietare i tutori dell’ordine.
Certo, sono stati distribuiti volantini che dipingevano il personaggio di Paul Aussaresses senza peli sulla lingua. Come un torturatore che non ha mai chiesto scusa per quello che ha fatto. Che non si è mai dissociato dal suo comportamento in Algeria. E lui? Non ha fatto un passo indietro. «Avevo deciso non di dimenticare, ma di tacere - ha detto subito nell’incontro condotto da Giorgio Galli, Guido Olimpio e Carlo Panella -. La mia testimonianza per dei fatti gravi che sono accaduti durante la guerra d’Algeria, torture ed esecuzioni sommarie, è la prima volta che viene registrata.
Prima di voltare pagina bisogna che la pagina sia scritta e letta. E oggi, quindi, è necessario parlare». Pentirsi, scusarsi? «Presentare le proprie scuse è comodo - ha spiegato -. Più comodo che esporre i fatti. Contrastare l’insorgenza del terrorismo, così come affrontare il problema dell’Algeria, è un problema attualissimo, non riguarda solo il passato. In qualche modo l’affrontare il problema del terrorismo algerino per i francesi era difficile, perchè l’Algeria era comunque territorio metropolitano unito alla Francia. In Algeria, ha spiegato Aussaresses, era in corso una vera e propria guerra civile. Dove gli algerini si opponevano ad altri algerini. «La tortura, anche se terribile, era l’unica risposta contro chi faceva gli attentati nei bar, nei luoghi pubblici, nei ristoranti.
La politica francese laggiù, in sostanza, diventava una sorta di risposta a quanto era stato raccontato nel film ”La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo, accompagnato da una risonanza e da uno sdegno mondiale. «A me è toccato fare così. Nel mio libro ho raccontato queste cose con l’augurio che altri giovani francesi non devano ripetere altrove e in altri tempi queste stesse cose».
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