«Impossibile scordare quel brusio con i richiami delle venderigole»

Roberto Metz, ex rugbista e artista, ricorda l’atmosfera di quando era bambino, abitava in via Gambini e faceva lì la spesa con la madre 
L.g.

il ricordo

«Chi ha almeno passata la sessantina, non può non portare nel cuore il brusio, quel certo rimbombo dovuto dalla forma particolare della struttura che ti prendeva all'entrata, secondo solo all'effetto eco della vecchia Pescheria, accompagnato e sovrastato dal richiamo all'acquisto delle venderigole, che come arma di persuasione avevano solo la loro voce e i loro slogan, per attirare i clienti verso i banchi stracolmi di merci». Così Roberto Metz – classe 1948, ex giocatore e allenatore di rugby, scrittore e pittore, che sul tema interviene a nome di Un’altra città – ricorda l’atmosfera che respirava all’interno del Mercato coperto da bambino, quando assieme alla madre faceva il giro mattutino canonico delle massaie dell’epoca: dalla sua via Gambini, soprannominata all’epoca “Ferriera Strasse”, si scendeva in Barriera alla ricerca della frutta e della verdura al miglior prezzo e poi, rientrando, ci si fermava magari in pescheria. Per la «festa dell'uva, antica tradizione perpetrata nei piccoli paesi carsici, tutto il mercato veniva addobbato con rami e raspi di uva in attesa del corteo dei carri trainati da cavalli e buoi che addobbati a festa, accompagnati dalle bande paesane - prosegue -. Il periodo di raccolta dei funghi spontanei, ben distesi su teli a terra, pronti per ricevere approvazione dalle guardie micologiche, per essere venduti e magari partecipare alla gara del miglior fungo. Attorno un fermento di gente che lavorava, facchini che portavano continuamente le merci mancanti, ordini da prendere al volo per non far mancare disponibilità». Capitolo a parte «lo merita l'accesso al piano superiore, rigorosamente a piedi. C’era una fornitissima pescheria, alcune belle salumerie, macelleria e banchetti a se stanti che vendevano trippe e tetina, e con l’avvento degli acquirenti d'oltre confine capi di vestiario di bassa qualità accompagnati da enormi e improponibili bambole, oggetto del desiderio di chi proveniva dall’allora Jugoslavia». Più in generale Metz ricorda la grande tradizione di mercati all’aperto di Trieste.

«Il più celebre e cantato quello di Ponterosso, la città avrebbe dovuto difenderlo con unghie e denti. Un po’ più contenuto ma ugualmente variegato quello di piazza Perugino. L’ho vissuto in prima persona. Aveva una storia intrigante che incuriosiva noi bambini. Unico posto di ristoro il bar Catina, dove i mandrieri che portavano a pascolare le mucche si ritrovavano a far colazione insieme alle venderigole. Attorno fabbri e maniscalchi lavoravano con i portoni aperti, e noi ad ammirare le capacità di quegli artigiani in estinzione. Anche qui la modernità ci ha fregati, un enorme posteggio sotterraneo ha sfrattato queste attività».—L.G.

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