In Veneto si era occupato anche della “mala” del Brenta
L’ultima udienza nella quale Michele Dalla Costa ha rappresentato la pubblica accusa porta la data dello scorso 22 aprile: imputato il capo della Squadra mobile Mario Bo che, assieme a un suo collaboratore, è stato rinviato a giudizio per falso.
Nel dicembre del 2008, nella prima intervista in occasione del suo insediamento a Trieste, riferendosi ai rapporti con le forze dell’ordine, aveva indirettamente spiegato il suo pensiero e la sua forte personalità. Aveva detto: «Chiedo alla polizia giudiziaria il rispetto delle istituzioni e di assolvere i compiti con lealtà. La polizia giudiziaria ha autonomia e professionalità nel proprio lavoro per agire nel rispetto della legge. La Procura verificherà costantemente l'operato della polizia giudiziaria». Come dire che la Procura, costantemente, controllerà anche l’operato delle forze dell’ordine a garanzia dei cittadini. E così in effetti è stato: dal caso Lorito, che all’epoca aveva scatenato una vera e propria bufera istituzionale, fino alla recente tragica vicenda connessa al suicidio di Alina Bonar Diachuk, che ha portato l’attenzione sull’attività, ritenuta non proprio cristallina, dell’ufficio stranieri della Questura.
Michele Dalla Costa era arrivato da Venezia nel dicembre 2008 subentrando al procuratore Nicola Maria Pace, andato a dirigere l'ufficio giudiziario di Brescia. A Venezia, prima come sostituto procuratore e poi come aggiunto, si era occupato delle inchieste sulla mala del Brenta e sulle ramificazioni mafiose dell'organizzazione che faceva un tempo riferimento a Felice Maniero. Nella sua lunga carriera aveva istruito numerosi processi proprio su omicidi riferiti alla criminalità organizzata. Ma aveva anche coordinato, negli ultimi mesi prima di arrivare qui a Trieste, il pool dei pm della Procura di Venezia sugli infortuni sul lavoro.
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