LA BATTAGLIA D’AUTUNNO

La questione politica centrale che il Paese si troverà ad affrontare alla fine dell’estate non sarà né la nascita tormentata del Partito democratico né capire se il centrodestra saprà dare una risposta politica alla maggioranza o continuerà a limitarsi a fischiare dal loggione. Il vero nodo sarà come e dove reperire i 21 miliardi (oltre quarantamila miliardi di vecchie lire) di impegni di spesa già presi dal governo Prodi anche se non ancora trasformati in leggi. Collegato a questo c’è il secondo capitolo: se il centrosinistra intende affrontare il tema del rilancio della crescita e in quale modo. È questa la partita strutturale che ci attende e impone alla politica di scegliere. I dati resi noti dall’Istat e dall’Ocse, infatti, sono risuonati come un amaro richiamo alla realtà: il Paese cresce, e questa è la buona notizia, ma il suo ritmo è sceso dal 2% all’1,8.


A questo punto l’obiettivo di rimanere agganciati al 2 per cento, appare meno facilmente raggiungibile. E questa è la cattiva notizia. Il superindice Ocse poi ci rimanda la ben nota fotografia di un sistema dove l’economia si conferma come la più fragile dei Paesi europei avanzati. Usa, Germania, Francia, per non parlare della Cina, mantengono un buon passo o corrono. L’Italia resta indietro. Un anno fa i dati della crescita del 2006 colsero tutti di sorpresa, perché si rivelarono migliori delle previsioni e confermarono una interessante novità: dopo anni di stagnazione a crescita zero o poco più, il Paese sembrava risvegliarsi. Ma nonostante il quadro sembrasse rasserenarsi, il governo lanciò l’allarme dello squilibrio dei conti ereditato dal centrodestra, previde una correzione di 20 miliardi di euro. E, in effetti, la Finanziaria che seguì fu incentrata sul lato delle entrate con modesti tagli alla spesa pubblica.


Con quella Finanziaria il centrosinistra si giocò, in un colpo solo, molta della credibilità che aveva accumulato nei mesi della risicata vittoria elettorale. Una credibilità che aveva convinto persino alcuni ceti sociali che avevano votato il centrodestra, ma che ammettevano che Berlusconi non era riuscito a smuovere il Paese e non aveva realizzato le riforme promesse. L’aspettativa era che il centrosinistra non sprecasse l’occasione per farlo. Trascorso un anno, la maggioranza di governo non è riuscita a riprendersi dal calo di popolarità derivata da una Finanziaria che ha aumentato la pressione fiscale, restituendo piuttosto poco ai cittadini. Oggi, un Ferragosto dopo, si delinea un quadro opposto. L’economia mostra segni di rallentamento, anche se l’Italia conferma di essere su un sentiero di crescita, ma il punto è che la spesa pubblica non appare sotto controllo: c’è stato nei primi sei mesi un aumento del 12%, mentre il debito pubblico è arrivato oltre i 1626 miliardi di euro, le entrate sono salite del 5,6%.


Sono sufficienti questi pochi dati per farci capire come la discussione sul tesoretto, il decreto poi approvato dal Parlamento e il Dpef, rispecchiano un clima di ottimismo che corrisponde poco alla realtà. Anzi, appena poche settimane fa, il ministro Visco sembrava avere scoperto un secondo tesoretto da redistribuire. Il segnale che qualcosa non quadrava è arrivato con la discussione sulle riserve auree della Banca d’Italia. Come mai si pensa di vendere parte dell’oro dell’istituto di via Nazionale? Perché con il passare del tempo la realtà stava riprendendo il sopravvento sulle facili illusioni. E la realtà è che l’Italia beneficia della ripresa mondiale e della ristrutturazione che ha investito le imprese, ma se la crescita frena diventa più difficile rispettare gli obiettivi del rapporto deficit-Pil e debito-Pil. E risalta la scarsità di risorse a disposizione per tradurre in pratica le leggi sul tesoretto o idee come la riduzione dell’Ici.


Anzi, l’Italia corre il rischio di dovere intervenire nuovamente, con rigore, sulla spesa pubblica. Nello stesso tempo, c’è bisogno di riportare al centro dell’attenzione la questione della crescita. Un anno fa le cose andavano meglio e il governo si mosse come se l’emergenza fosse imminente. Oggi la situazione è più delicata, ma sembra esserci troppa voglia di risolvere i problemi ricorrendo alla spesa pubblica. La sfasatura tra la realtà, i desideri e le tentazioni del centrosinistra non viene ricomposta. La crescita all’1,8%, che potrebbe essere il dato finale del 2007 secondo le previsioni, è un discreto risultato. Ma resta basso rispetto agli altri partner europei. E per ridare energia al Paese occorrono quelle riforme modernizzatrici che nessuno, da dieci anni, sta attuando. Non le ha varate Berlusconi, ancora non le vara Prodi. L’accordo sulle pensioni è forse troppo morbido considerata la situazione demografica e fiscale del Paese. Ora a rendere più complesso il quadro c’è la crisi finanziaria dei mutui americani che rischia di creare nuove turbolenze.


Potrebbe verificarsi un ulteriore rafforzamento dell’euro sul dollaro, che probabilmente frenerebbe la ripresa europea trainata dall’export tedesco. Secondo alcuni economisti, la debolezza della nostra crescita è stata innescata proprio dal calo della domanda interna tedesca dove i provvedimenti sull’Iva si fanno sentire. L’Italia continua a essere dipendente dalla Germania: quando i consumi tiravano a fine 2006 siamo cresciuti velocemente, ora che calano, ne subiamo gli effetti ritardanti. Quello che il governo e il Paese non vogliono considerare è il fatto che la «ripresina» segna probabilmente la massima velocità possibile per l’Italia in assenza di riforme strutturali. Una velocità che non riduce, ma fa aumentare la nostra distanza dai Paesi più forti. Non a caso il differenziale di rendimento tra Btp e Bund tedeschi decennali, il parametro che Ciampi aveva annullato, oscillava venerdì attorno ai 28 centesimi di punto percentuale. Il prezzo del rischio Italia.


Il risultato che sembra profilarsi, quindi, non è in sé negativo: una crescita che si aggiri all’1,8-1,9% certo non è valutata negativamente dagli economisti. Ma lo scenario complessivo comincia a presentare incognite che non si dovrebbero ignorare e che rendono più difficile consolidare e rafforzare la crescita. La Bce potrebbe ancora aumentare i tassi con conseguenze sul costo del nostro debito; la crescita reale degli stipendi in Italia continua a essere deludente, considerato che la disoccupazione sta diminuendo; resta sullo sfondo un problema di produttività. Anche pensare di risolvere i problemi ricorrendo all’oro della Banca d’Italia appare un altro sogno più che una realtà: non solo occorre l’autorizzazione della Bce per simili operazioni sulle riserve auree (la Francia l’ha fatta), ma il punto è che se si vendesse tutto l’oro, il debito italiano diminuirebbe solo del 2,3%.


Si tratterebbe di incassare 38 miliardi a fronte di un debito a oltre 1600 miliardi e uscite dello Stato a 658 miliardi. Se si tagliassero anche non di molto i costi della macchina statale, dicono gli economisti, si otterrebbe un risultato analogo. Senza contare il significato psicologico che assumerebbe la cessione: l’allentamento della stabilità del sistema (la Banca d’Italia è il garante dei risparmi dei cittadini e il prestatore di ultima istanza del credito) per cedere l’argenteria di famiglia, in una situazione finanziaria internazionale delicata. Le controindicazioni sembrano superiori ai modesti benefici. Per il governo e la sua maggioranza si annuncia, quindi, un autunno cruciale. Un ulteriore ricorso alla pressione fiscale per risolvere i problemi di risorse mancanti rischierebbe di bloccare la già vulnerabile crescita e avrebbe un prezzo politico forse irrecuperabile.


Più che mai serve una strategia che sappia frenare e accelerare: risanare i conti e ridare ossigeno all’economia per rilanciare la crescita. Rigore e riforme. Rassicurazione e cambiamento. Ecco lo scontro che si annuncia tra riformisti e massimalisti, maggioranza e opposizione, mercato e corporazioni. Siamo l’unico Paese avanzato ad avere una tendenza insoddisfacente. È ora che il Paese decida che cosa vuole essere e dove vuole andare. Il tesoretto svanisce come i sogni. La partita tra conservatori e innovatori si fa più dura.

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