LA CHIAVE DELLA RIPRESA

La radice della forza del Nord-Est è anche la fonte dei suoi problemi. Questa è la conclusione che si può trarre dal Rapporto presentato l'altro ieri, a Venezia, dalla Fondazione Nord-Est. Conclusione non esplicita, ma evidente. Peraltro, il paradosso non può stupire, capitando spesso nello sviluppo così dei singoli come delle collettività. La radice della forza sta nel carattere marcatamente individualistico della crescita del Nord-Est. Questo non costituisce di per sé nulla di nuovo.


È stato così molto spesso. Il Rapporto parla di carattere ”laburistico” dell'area, intendendo una grande capacità di sopportazione del sacrificio lavorativo. Ma il carattere ”laburistico” della società nordestina si è unito ad un'ansia di riscatto, di fuoriuscita da minorità secolari, che animava singoli, e famiglie, dando quel carattere di intrapresa non coordinata con gli sforzi di altri impegnati nella stessa fatica, come è sottolineato dal Rapporto. I problemi sono noti, e in parte superati. Lo sviluppo è partito da lontano. Già negli anni Settanta aveva mostrato la sua originalità, in quanto centrato sulla media e piccola impresa. Negli anni Ottanta accelerò sensibilmente grazie a due fattori, la crisi della grande impresa, e l'uso oculato della massa di liquidità che affluì nella zona in seguito al terremoto del Friuli.


Ma il suo vero momento di gloria furono i primi anni Novanta, quando alla vocazione esportatrice della zona vennero messe le ali dalla consistente svalutazione della lira nei primi anni del decennio. La crisi venne con la fine del ciclo economico trainato dagli Stati Uniti a fine anni Novanta. Ad una, direi normale, crisi ciclica, si aggiunse però l'irruzione di nuovi grandi paesi esportatori. Questi hanno usato il vantaggio competitivo del basso costo del lavoro per unità di produco, dovuto a salari bassi e produttività crescente. Ma non solo: la Cina ha anche utilizzato il vantaggio della mancata rivalutazione della sua moneta, come sarebbe successo in qualsiasi altra economia di mercato.


La crisi si è sviluppata nei primi anni del decennio del nuovo secolo, ma già a partire dal 2006 si sono notati chiari segnali di superamento delle difficoltà. Il Rapporto li descrive accuratamente. Il momento critico ha dato luogo ad una risposta molto simile a quella che si è vista in altre aree, con simile struttura produttiva. Si è assistito cioè ad una polarizzazione tra imprese in grado di rispondere e altre che perdevano terreno. È cresciuta l'internazionalizzazione delle imprese, così come il cambiamento della loro struttura organizzativa, più disperso, dando luogo alla cosiddetta impresa a rete. Questa risposta, così come nel resto d'Italia, ha i suoi lati negativi.


La polarizzazione si lascia dietro aree, imprese e gruppi deboli. La novità è che la debolezza non è più identificabile con i criteri tradizionali.Non si tratta più di individuare settori, prodotti, o aree in crisi. Così come la risposta positiva attraversa tutto, così lo fanno i limiti. Il problema ormai è come consolidare la ripresa, e far ripartire il sistema nel suo insieme. Certo le banche possono aiutare, e anche la formazione universitaria può avere un ruolo. Ma l'ostacolo principale sta nella dimensione collettiva dello sforzo. Il Rapporto sottolinea spesso la difficoltà di costruire coordinamento tra le imprese. Il presidente della Regione Veneto, Galan, ha usato un'espressione illuminante, parlando del Nord-est, come di una 'metropoli inconsapevole.


Ma come si può essere 'inconsapevoli' di una dimensione metropolitana? Lo si può, se si rifugge dall'affrontarla insieme, se si rifugge dall'elaborare politiche che possono richiedere anche sacrifici in questo o quel punto. I sacrifici possono essere risarciti, ma bisogna fidarsi per accettarlo. Qui sta il vero problema politico del Nord-Est. Non sta a Roma, e non sta nei partiti, di prima, seconda, o qualsivoglia altra repubblica. Il problema politico della società nordestina sta nella sua propria difficoltà a trovare una dimensione collettiva al proprio interno. O meglio a trovare questa dimensione quando interessi materiali corposi siano in gioco. L'associazionismo non-profit è fiorente.


Cioè, la disponibilità a mettersi al servizio della collettività, anche senza ritorni di lucro. Ma quello che si riesce a fare nei confronti di chi ha solo bisogni, non si riesce a fare con altrettanta disponibilità, nei confronti di chi, alla pari, ha interessi che possono confliggere. Qui, dice il Rapporto, scatta la diffidenza. Eppure, se questa soglia venisse oltrepassata, se la dimensione collettiva interna al mondo delle imprese si sviluppasse, e diventasse la chiave per affrontare una nuova fase di sviluppo, allora probabilmente il Nord cesserebbe di essere un problema, per diventare una soluzione.

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