La Legge non basta senza l'etica

Proprio nel momento in cui Berlusconi, acquistando Endemol, viene ad assumere una posizione di rilevante influenza economica anche sulla Rai e, quindi, il suo potere aumenta, la Camera si appresta a discutere una nuova legge sul conflitto di interessi. Berlusconi dice che si tratta di una normativa ad personam, che lo vogliono strozzare e, considerandosi vincitore delle prossime elezioni, che è quasi un colpo di Stato. La maggioranza replica che il blind trust è una soluzione in uso, per costume e non per legge, da un Paese sempre ammirato dal leader dell'opposizione come gli Stati Uniti e che, quindi, non c'è motivo di lamentarsi.


Prescindendo dalle tecnicalità del ddl come uscito dalla commissione che autorevoli giuristi ritengono difficilmente applicabile per la serie di pareri da parte di Autorità che richiederebbe, il problema è che si sbaglia quando si pensa che introducendo in Italia quella che è una prassi americana si risolvano i nostri problemi. Blind trust, infatti, significa che le proprietà di una persona che assume una posizione pubblica che gli consente di influire su regole o comportamenti dei pubblici poteri in grado di far beneficiare quelle sue proprietà, vengono affidate a un fiduciario (normalmente un istituto specializzato nella gestione di patrimoni, non una persona) che le amministra senza che il proprietario sia messo al corrente delle sue decisioni.


Un sistema del genere va bene negli Stati Uniti dove normalmente le proprietà importanti sono rappresentate da titoli azionari che non solo possono essere venduti e comprati, ma effettivamente lo sono. Se, per ipotesi, un Presidente americano disponesse di un consistente pacchetto di azioni della General Motors al momento della sua elezione, potrebbe trovarsi al termine del suo mandato con azioni di tante altre società a lui sino a quel momento ignote ove il fiduciario avesse ritenuto il farlo più conveniente nell'interesse dell'amministrato.

O per evitare che si potesse verificare un collegamento tra decisioni dei pubblici poteri e gli interessi di quella particolare società.

In Italia un tale sistema ha scarsa, per non dire nessuna, rilevanza. Da noi,infatti, quasi non ci sono società che non siano controllate da qualcuno ben facilmente identificabile. Non solo: esiste, a differenza di altri mercati, il premio di maggioranza. Vale a dire il pacchetto di controllo di una società ha un prezzo più elevato di quello delle altre azioni, salvo non ci sia l'obbligo di effettuare un Opa allo stesso prezzo se tale pacchetto supera il 30%. I soggetti che potrebbero trovarsi in conflitto di interessi e che quindi qui interessano non sono coloro che sono semplicemente ricchi, ma quelli che controllano un'azienda su cui i pubblici poteri possono aver influenza. In casi del genere la cessione di un pacchetto di controllo fa notizia. Il blind trust non è più cieco. Se, per restare al concreto, il gestore delle fortune di Berlusconi vendesse il controllo di Mediaset perché ha trovato un magnate australiano che gli ha offerto un sacco di soldi, lo si verrebbe immediatamente a sapere. Berlusconi non avrebbe più interesse a fare battaglie sui limiti alla pubblicità e chiunque volesse ingraziarselo non avrebbe più motivo di fare inserzioni sulle sue reti.


Ma - e qui veniamo ad un altro limite del blind trust in Italia - nel nostro Paese le società importanti si contano sulla punta delle dita. Cederne il controllo ai capitalisti italiani che, come si è constatato di recente con il caso Telecom Italia, non hanno molti soldi, non è facile e venderle a stranieri solleva problemi politici ed economici che scoraggerebbero il "gestore cieco" a farlo. Ve la immaginate una banca che vende il controllo di una società del presidente del Consiglio o del capo dell'opposizione? In breve, il proprietario e tutti continuerebbero a sapere chi ha che cosa. Facilissimo, quindi, per l'uno e per gli altri comportarsi di conseguenza. Berlusconi, quindi, fa pura propaganda politica quando si presenta come vittima.

Purtroppo non ha nemmeno ragione chi sostiene l'ineleggibilità di chi possa trovarsi in conflitto di interessi assumendo cariche pubbliche perchè sarebbe una norma agevolmente aggirabile. In Italia la famiglia almeno a parole, come mostrano le presenze al Family day, sembra essere un valore anche per chi ha avuto più matrimoni. Se così non fosse, fedeltà di stampo mafioso sono ancora diffuse. Basterebbe per il candidato non eleggibile in caso di successo vendere ai figli, a un prestanome o a una società di comodo estera; la titolarità muterebbe, ma la sostanza no. Verrebbe voglia di dire che si avrebbe la peggiore delle soluzioni: il trionfo della forma!


In realtà, il conflitto di interessi è uno dei molti casi in cui la legge, essendo in gioco problemi etici, non è in grado di garantire il raggiungimento dell'obiettivo per cui è formulata. Dovrebbero essere gli elettori a non dare il voto a persone in posizioni di palese conflitto di interesse. Se manca questa sensibilità le leggi servono a poco.

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