LA MISSIONE NEL FUTURO
Il centrosinistra regionale discute una legge nella quale si stabilisce che in Friuli, nei comuni che aderiranno, non si avrà il diritto ad ottenere l’insegnamento della lingua friulana, ma si avrà il diritto a recedere da questo insegnamento. Sembra la stessa cosa vista da una diversa angolazione, ma non è così. Nel primo caso, si parte da un diritto individuale che viene tutelato.
Un diritto che, se esercitato, può includere. Nel secondo, si presuppone l’esistenza di una totalità integrata, la comunità, in questo caso friulana, che stabilisce le regole, l’insegnamento della lingua, al quale si può rinunciare, una scelta che può escludere. Nel primo caso ci sarebbe una comunità che esprime una volontà e alla quale si decide liberamente di aderire in modo più intenso. Si manifesta un’appartenenza. Nel secondo, la comunità precede l’individuo, detta le norme di omogeneità, anche se ci si può tirare fuori. Pur non volendolo, si rischia di manifestare una non appartenenza. È abbastanza evidente che, così congegnata, la legge rischia di seminare divisioni all’interno della comunità friulana: tra i comuni che partecipano e quelli che non lo faranno, tra chi accetta e chi si ritira.
Tra chi è e chi non è. Un censimento friulanista che disegna una politica stranamente «nazionalista» per il centrosinistra. La logica della legge, infatti, compie un passo verso la costituzione di una comunità di simili, che potrebbe desiderare di sancire la propria autonomia come parente prossima di una separazione. In Regione non arriveremo a posizioni così radicali, ma un cambiamento c’è. Può darsi che chi sostiene questa soluzione, abbia ragione. Deve però ammettere che la risposta al bisogno di identità sostenuta da una parte della destra, il presidente della Provincia di Udine Strassoldo in prima linea, la Lega di Alessandra Guerra, gli autonomisti friulani, ottiene il timbro di unica risposta possibile. Sembrerebbe che all’unità di fondo della comunità, debba corrispondere un’unità identitaria.
Un pensiero unico. Con questa premessa, gli autonomisti avrebbero titolo per reclamare il ridisegno della Regione sul modello dell’Alto Adige: Friuli e Trieste che si autogovernano e la Regione che si limita a coordinare. Non accadrà, ma la vicenda ha fatto emergere una contraddizione con l’immagine di modernizzatori che Illy e Intesa tengono ad accreditare di se stessi. La legge divide partiti, maggioranza, schieramenti. Ma richiama i lettori, anche della Venezia Giulia, che sembrerebbero solo sfiorati dal problema. A Trieste e a Gorizia ci scrivono per far sentire la loro opinione, abbiamo l’impressione che gli articoli siano seguiti. Forse la ragione sta nel fatto che la lingua è il primo requisito per proclamare la propria identità; e l’identità degli «altri» è sempre uno strumento per definire o ridefinire la propria.
Parliamo del Friuli, in realtà parliamo anche di noi. Senza rendersene conto, il centrosinistra ha finito per innescare un caso politico i cui contorni tendono ad allargarsi, come dimostra l’interessante intervista al nostro giornale del deputato dei Ds, Alessandro Maran, nella quale ha svolto una complessa analisi sulle ragioni che potrebbero militare contro la scelta di Intesa. Forse il nucleo del problema va ricercato nella capacità di Intesa di interpretare correttamente la domanda del Friuli. Perché su una questione mi permetto di dissentire con Maran: nel fatto che la legge vada letta sull’asse comunità-società e quindi nella prospettiva del contrasto potenziale tra comunità e cittadinanza. Forse dovremmo riflettere su una ipotesi diversa dai classici. Vale a dire, la linea lungo la quale la legge andrebbe valutata potrebbe essere la relazione tra comunità e modernizzazione. Una chiave che potrebbe farci scoprire che proprio il Friuli può non essere convinto della legge. Il concetto di comunità, infatti, racchiude la storia, la nostalgia, le abitudini del cuore di un territorio e da questo punto di vista essere associato al tradizionalismo.
Ma la comunità può assumere anche un altro valore: nell’era della globalizzazione, viviamo un processo di riconfigurazione del territorio. Emerge un nuovo paradigma in cui non è in discussione solo il governo di una comunità, ma anche la produzione di socialità. In altre parole, oggi la comunità non può più essere solo il risultato di un processo storico, ma diventa una costruzione collettiva. L’identità condivisa, la solidarietà, la fiducia reciproca, il rapporto faccia a faccia, vengono plasmati dal contesto globale e dalle sue trasformazioni. Una comunità oggi non è più solo la sua memoria, è anche (sempre di più) una società locale che proietta i suoi valori sul perseguimento del bene comune, che diventa la finalità che la identifica. La comunità è tale in quanto il bene diventa comune. L’enfasi si sposta sulla responsabilità sociale, sulla reciproca obbligazione, in vista di un interesse condiviso.
Ora qual è la promessa di una comunità come quella friulana costituita di piccole e medie imprese che competono sui mercati internazionali? Dove le aziende non meno delle famiglie sono le cellule primarie? Possiamo rispondere che la promessa è la difesa dello sviluppo? Il criterio che fa di una collettività una collettività si trova solo nella condivisione di valori e obiettivi capaci di produrre il passaggio dall’Io al Noi. Quindi a mobilitare i partecipanti ad «agire insieme più efficacemente», come dice Putnam. «Noi» per che cosa? Per la salvaguardia della lingua a scuola? O in difesa del benessere? Ecco lo snodo decisivo. Un tempo la comunità, anche quella friulana, avrebbe dato la prima risposta. Oggi, nella società postfordista, non è scontato che sia così. Ogni comunità avverte la responsabilità di attribuire al luogo la capacità di detenere risorse strategiche (sociali, istituzionali, politiche, culturali) da offrire sul mercato della competizione internazionale.
Questo interesse comune diventa il fine collettivo che affianca il sentimento di appartenenza e lo sostituisce come perno attorno a cui si riorganizza la società. L’avvento del postfordismo fa sì che una comunità non possa più pensarsi solo come dato storico-culturale, ma che il luogo si percepisca come un soggetto collettivo unificato attorno alle possibilità di sviluppo. Tanto è vero che i fattori critici emergono quando l’adattamento alla modernità manca. Le comunità, compresa quella friulana, capiscono che nel momento in cui il sapere diventa il fulcro della produzione, la qualità del lavoro diviene centrale. E la qualità nasce nello spazio extra lavorativo, innanzi tutto nella scuola. Se la socialità diviene essa stessa capitale, è lì che la comunità investirà. Se questo quadro ha una ragione, i friulani avvertiranno come prioritario l’insegnamento della loro lingua nella scuola? O avranno in mente altre priorità per il futuro loro e del Friuli? E questo non per mancanza di amore verso la loro terra, ma per l’amore che ne hanno.
Al punto che per difenderla credono in ciò che serve.Questa grande partita era stata dischiusa da Sergio Cecotti con una parola: post autonomismo, indicando forse la necessità di una cultura autonomista del tempo nuovo. Sulle orme dei padri, che avevano voluto l’università perché allora il Friuli doveva farsi nazionale, come oggi deve essere europeo. È qui che il tradizionalismo cade di fronte al mondo che ci sfida. È qui che l’iniziativa del centrosinistra, nata con buone intenzioni, rischia di apparire un arretramento invece che un avanzamento che raccoglie la bandiera di coniugare, in modo nuovo, sviluppo e identità. Dipende da come il Friuli leggerà se stesso. Se attribuirà allo sviluppo il ruolo di forza materiale che definisce l’interesse comune, allora esprimerà un spirito di comunità nuovo.
Orienterà, modellerà identità, valori, simboli collettivi e personali per creare le condizioni della crescita. Sarà moderno. Se si riconoscerà solo come storia o radici sarà spirito di resistenza alla modernizzazione. Creare un senso nel mondo che muta. Visualizzare il destino comune nel tempo che avanza. È il difficile compito del Friuli come di Pordenone. Ma lo è anche di Trieste e Gorizia. Il vecchio e il nuovo s’intrecciano e lottano ovunque, non solo nella politica. E ciascuno deve trovare la sua missione nel futuro. Il suo posto.
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