LA PALUDE DELLA MAFIA
Sono passati quindici anni dalla strage di Capaci, cui seguì (neanche due mesi dopo) la strage di Via D’Amelio. L’enormità della violenza mafiosa che abbattè Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (insieme agli uomini e alle donne che erano con loro) produsse una mobilitazione senza precedenti nelle istituzioni e nella società civile, con il corollario di un forte recupero di entusiasmo e di efficienza nelle forze dell’ordine e nella magistratura.
Conseguentemente vi fu - negli anni immediatamente successivi alle stragi - un’ imponente serie di indiscutibili successi (arresti, condanne, confische, complicità svelate) poi - a poco a poco - qualcosa cambiò. Riaffiorò prepotente, in ampi settori della politica (con contaminazioni anche a sinistra) e dei media, la perversa "filosofia" che vorrebbe ridurre il contrasto alla mafia a problema soltanto di criminalità da strada, problema di guardie e ladri da delegare tutto a polizia e magistratura, negando ogni carattere strutturale del rapporto tra mafia e potere. Di qui le calunnie di indebito uso politico della giustizia scagliate contro i magistrati che indagano senza sconti anche sulle cosiddette "relazioni esterne", ossia sulle coperture, complicità e collusioni che sono la spina dorsale del potere mafioso (al punto che se un magistrato dell’antimafia non viene aggredito o addirittura è sostenuto dai "soliti noti", c’è da chiedersi dove stia sbagliando...).
Parallelamente, crescono e si moltiplicano i personaggi che i rapporti tra mafia e potere li risolvono come se si giocasse a monopoli: se peschi un "Imprevisto", magari stai fermo per un po’, ma poi ricominci a giocare, con gli stessi terreni, le stesse case, gli stessi alberghi, le stesse stazioni, gli stessi soldi di prima; persino con la stessa pedina di prima. Ora, non è più precisamente per questi indecenti balletti che hanno sacrificato la loro vita Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri. Il rigore e il volto pulito dei moltissimi siciliani onesti, che alla loro voglia si ispirano con quotidiano impegno, esigono ben altro.
In particolare quel "fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità" di cui parlò Paolo Borsellino alla vigilia della sua morte, commemorando l’amico Giovanni Falcone appena ucciso. La palude della convivenza con la mafia, praticata dai maestri della duttilità, emana proprio quel puzzo. E ammorba la democrazia.
Argomenti:gian carlo caselli
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