La parabola amara del "blade runner" che stupì il mondo

C’è ancora un colpo di pistola nella lunga e tortuosa sfida al destino di Oscar Pistorius, l’atleta senza gambe che un giorno ha indossato un paio di protesi e ha fatto un giro di pista dentro la storia in uno stadio olimpico con ottantamila persone in delirio per lui. Stavolta non è lo sparo di uno starter a cambiare il cammino di chi è senza gambe da quando aveva undici mesi ma ha sempre fatto come se ci fossero. Stavolta – e questa è una certezza, al di là di ogni esito d’indagine – il colpo di pistola l’ha sparato lui, uccidendo la donna che amava (o che forse, ed è tutto da vedere, aveva smesso di amare) nella lussuosa e blindatissima villa di Pretoria, nel natio Sud Africa dove i ricchi vivono blindati e gli omicidi viaggiano sul ritmo dei 50 giornalieri.
È ricco di famiglia, il 26enne Pistorius. E da qualche tempo lo è ancor di più, anche nell’animo. Da quel 4 agosto dello scorso anno, quando è entrato in pista a Londra saltellando sulle sue protesi al carbonio per correre la batteria di qualificazione dei 400 metri e ha trovato un intero stadio a celebrare quel che mai era avvenuto in un’Olimpiade: un uomo senza gambe che sfida i migliori. Aveva dovuto lottare a lungo per quel traguardo: era stato più volte respinto prima del via libera e del debutto ai mondiali sudcoreani dell’anno precedente. Guardarlo correre è dunque come aprire un libro con le pagine bianche e vederle scrivere mentre si legge. Ne esce un giro di pista in 45 secondi e 44 (a 84 centesimi dal record mondiale): il secondo posto apre le porte della semifinale e il cuore alla gioia. Il giorno dopo viene eliminato ma il vincitore, il campione del mondo Kirani James (Grenada) va ad abbracciarlo chiedendogli il pettorale come ricordo: «Ci vuole un sacco di coraggio e di fiducia in se stessi e nella vita per fare quel che ha fatto lui, avrà sempre il mio rispetto». Già, ha appena tagliato il traguardo più importante: essere come gli altri.
Andava tutto come in un bel film, in quei giorni in cui stava cominciando anche la storia d’amore con la donna alla quale ieri ha sparato. «Sono un ragazzo fortunato. Gli altri al mattino indossano le scarpe, io le gambe. E poi nella vita riesco a fare moltissime cose».
Vero: anche finire in cella. Quella di ieri non è la prima volta: era già accaduto quando fu accusato di aggressione della fidanzata di un amico che non voleva andarsene da casa e lui aveva chiuso la porta ferendola. Riuscì a cavarsela, come quella volta che si mise a correre in motoscafo lungo il fiume andando a sbattere contro un pontile. Si salvò per miracolo.
In ogni caso, fino a ieri nulla di veramente allarmante. Chi lo ha conosciuto, anche durante i lunghi soggiorni in Italia, è più che sorpreso. Tutti lo dipingono come persona deliziosa, gentile. Soprattutto a Grosseto e Gemona nel Friuli, luoghi preferiti di allenamento e di relax in quello che è il suo secondo paese. Oscar va in tv (a “Ballando con le stelle”), sposa la buona musica dei Negramaro apparendo nel video di “Via le mani dagli occhi” ed è spesso all’Olimpico per la “sua” Lazio.
Negli ultimi tempi però qualcosa è cambiato. Alle Paralimpiadi di settembre, è ancora la star incontrastata: la sua battaglia è stata quella di tutti e lo stadio è pieno per ogni gara. Però perde 100 e 200 e si lascia andare a una pesante caduta di stile sulla regolarità delle protesi della medaglia d’oro. Poi vince i 400 e la polemica sfuma. È comunque evidente che c’è un forte bisogno di sfide, al punto di accettare, a dicembre, di diventar fenomeno da baraccone contro un cavallo purosangue a Doha, in Qatar. Vince ma attira molte giuste critiche.
Per fortuna non concederà il bis e si potrà tornare a parlare della sua fondazione benefica: l’ultimo tweet, del 12 febbraio, lo ritrae con un bambino con protesi simili alle sue: «A luglio – scrive – farò camminare almeno dieci ragazzini».
Forse non ne avrà il tempo. Adesso, per l’uomo che ha cambiato la storia dello sport e regalato speranze a tutti quelli come lui, l’unica certezza è che nulla sarà più come prima. Quel colpo di pistola ha dato il via a una gara difficile da vincere e non basterà una protesi per lenire le ferite dell’animo o – forse e purtroppo – anche qualcosa di peggio.
@s__tamburini
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