La politica che insegue il nuovo
È inevitabile che i risultati delle elezioni presidenziali francesi tenutesi una settimana fa con il turno di ballottaggio siano stati letti da molti con l'occhio a quanto accade o potrebbe accadere a casa nostra. Specie sul versante di centrosinistra o all'ombra della ricorrente questione del centro da costruire, da curare per conquistarne gli elettori, da evitare per salvare la purezza della propria anima, ecc. ecc.. Però prima di passare frettolosamente ad una interpretazione politicamente interessata delle elezioni francesi conviene forse sottolineare quegli aspetti del comportamento di voto dei francesi comuni anche al comportamento elettorale degli elettori di altre democrazie europee.
Infatti se le alternative di voto offerte agli elettori tendono ad essere diverse paese per paese, il comportamento elettorale presenta tratti comuni più estesi di quello che si pensa. Il primo elemento dal quale partire è un dato ben noto e che non va dimenticato oggi. Tra i francesi, come fra gli elettori di moltissimi paesi europei, prevale a larghissima maggioranza un sentimento radicato di sfiducia verso i partiti e i politici. Non è una tendenza recente. Non si sa con precisione se effettivamente c'è stato un momento in cui la politica aveva una buona immagine. Ma le cose stanno così e per accertarsene non occorrono costosi sondaggi. Basta un viaggio in treno e una certa qual disponibilità alla conversazione con sconosciuti. I sondaggi si limitano poi a confortare le impressioni del viaggiatore. È importante ricordarsi di questi orientamenti all'indomani delle elezioni francesi. È importante perché sulla stampa si parla della disaffezione verso la politica degli elettori solo quando il livello di partecipazione elettorale cala.
Di fronte al livello elevato di partecipazione elettorale registratosi in Francia (se si considera quello verificatosi al secondo turno il più alto dalla metà degli anni settanta), c'è quindi il rischio di dimenticarsi del lato oscuro dei rapporti tra cittadini e politica. Invece,se è vero che la sfiducia politica si accompagna spesso a poca voglia di andare a votare, è anche vero che gli elettori sfiduciati non sono del tutto privi di orientamenti politici. Vi è lo sfiduciato di destra e quello di sinistra. Se i loro orientamenti politici non vengono attivati o rinforzati è probabile che se ne stiano casa il giorno delle elezioni. Ma se vengono invece stimolati è possibile che tornino a votare. Vorremmo sapere di più su cosa riesce a spingere alla partecipazione elettorale votanti sfiduciati e arrabbiati verso la politica. Qualche idea in realtà c'è. La campagna elettorale conta. Come conta la percezione che qualcosa di importante è in gioco in quella particolare elezione. Ma conta anche come viene percepita la proposta sulla quale si è chiamati a votare. E allora quel che colpisce delle elezioni francesi è che i tre principali candidati (Sarkozy, Royal e Bayrou) hanno accuratamente evitato di agitare troppo gli stendardi del partito che li ha adottati, portando invece in primo piano la propria persona. E' influente in questo il sistema elettorale francese.
Ma la personalizzazione spiccata dei leader è una tendenza presente anche in sistemi non ad elezione diretta delle magistrature di governo. E personalizzazione va di pari passo con la tendenza a presentare la propria proposta come "nuova", di rottura rispetto al passato. Nella campagna elettorale francese si è parlato di molti temi concreti, molto di più di quello che capita nelle campagne elettorali italiane. Ma il tema del "nuovo" è stato il condimento di ogni discorso politico. Sarkozy è stato maestro in questo, riuscendo a far dimenticare che è per lo meno da dieci anni al governo in ruoli di primo piano. Ha giocato tutto sulla novità di politico che decide e dice quello che la gente pensa. Vedremo se questa sarà effettivamente la novità. Alla Royal è riuscito di presentarsi come un candidato indipendente dal suo partito. Il più abile forse è stato Bayrou. Lui, uomo del tradizionale centro politico francese, ha giocato finemente con l'antipolitica, presentando la sua proposta come "né di sinistra né di destra". Il che equivale a dare una definizione in negativo del centro, una definizione che cozza con la stessa biografia di Bayrou. Ma le elezioni francesi insegnano anche che il "nuovo" è un tema la cui enfasi giova sul piano elettorale, se viene declinata secondo le inclinazioni e le abitudini di voto tradizionali degli elettori.
Bisogna presentarsi come il "nuovo", ma poi ci si deve preoccupare che il "nuovo" risulti familiare al proprio elettorato. Abbiamo così il "nuovo" di destra , il "nuovo" di sinistra e il "nuovo" del centro che non viene definito come tale. L'appello al nuovo dunque dà quella spinta in più che mobilita di più i propri elettori e può conquistare quei pochi veramente privi di orientamenti politici. Se proprio vogliamo trarre da questa tendenza alla personalizzazione e al novismo qualche riflessione che riguardi il nostro paese è opportuno guardare all'incapacità del centrosinistra nel fare i conti con tutto ciò. Il centrosinistra sta scommettendo il suo futuro in un'impresa il cui grado di rottura con il passato è evidente, comunque la si valuti. Eppure i leader del futuro partito democratico sembrano non porsi il problema se gli elettori, molti dei quali sono sfiduciati e scontenti della politica, percepiranno effettivamente questa impresa come nuova. Per farlo c'è bisogno di un leader dall'immagine nuova. Non solo, ma anche.
Argomenti:segatti
Riproduzione riservata © Il Piccolo
Leggi anche
Video








