LA RESA DEI CONTI

Qualcuno mi ha chiesto come andrà a finire. Per questo ci vuole la sfera di cristallo. Possiamo solo cercare di capire come siamo arrivati a questo punto. Sugli ultimi anelli della catena c'è un accordo quasi unanime. La storia comincia, a detta degli esperti, con l'11 settembre 2001. Si veniva dallo scoppio della bolla tecnologica, cioè dalla battuta d'arresto dei settori informatico e delle telecomunicazioni. Si poteva temere che l'atmosfera di panico indotta dall'attentato si sovrapponesse alla spinta recessiva già in atto. La conseguenza avrebbe potuto essere una severa e prolungata recessione.


L'allora presidente della Federal Reserve, la banca centrale americana, Alan Greenspan, pose mano quindi ad una discesa dei tassi d'interesse statunitensi, che sarebbero calati fino all'1%; data l'inflazione, significava che chi prendeva a prestito avrebbe restituito di meno di quello che aveva ricevuto. Gli interessi molto bassi, però, in questo caso, non stimolarono direttamente investimenti e produzione, dato il clima recessivo. Ma indussero le famiglie ad indebitarsi pesantemente. Le famiglie acquistarono case, ipotecando gli immobili acquistati, si indebitarono per acquistare altri beni durevoli e, col tempo, si indebitarono anche per ripagare i debiti. Infatti, le finanziarie riducevano via via le garanzie richieste, aumentando così i debiti a rischio di insolvenza. Questo lo fecero non solo le famiglie, ma anche le imprese. Un esperto ha fatto notare recentemente che il tasso annuo di fallimenti negli Usa è caduto all'1%, contro il 3% osservabile normalmente.


Molte imprese, cioè, sono riuscite a portare avanti posizioni potenzialmente insolventi, posponendo il momento della resa dei conti. Da tempo questo era noto, e da tempo osservatori ammonivano sui rischi crescenti. La situazione ha cominciato a precipitare quando sono cominciate le insolvenze dirette, su scala di massa, delle rate di acquisto di case; parallelamente il prezzo delle case cadeva, mettendo in difficoltà i bilanci delle banche e delle finanziarie implicate. Alcune di queste finanziarie, di grandi dimensioni, hanno iniziato a cadere come ciliegie. Le crisi hanno sempre una pericolosa ed inevitabile tendenza alla diffusione, ma oggi più che mai. I prestiti fatti ad uno vengono venduti come titoli ad un altro che, a sua volta, li usa come garanzia per concedere altri prestiti, e così via. Sulla base dei cattivi prestiti americani si è andata costruendo una piramide finanziaria mondiale, la cui estensione e ramificazione sono difficilmente calcolabili. Il panico minacciava di diffondersi, e le due banche centrali, quella statunitense e quella europea, sono intervenute, immettendo liquidità, per scongiurare il rischio della diffusione di insolvenze a macchia d'olio. Per concludere ci sono due notizie: una buona e una cattiva.


Quella cattiva è che questa crisi è peggiore di quanto sia sembrato all'inizio: infatti, è una crisi sia di liquidità che di insolvenza, e l'immissione di liquidità nei mercati, come fatto finora dalle banche centrali, potrebbe solo posporre gli sviluppi della crisi. D'altro lato, l'economia americana stava già rallentando, e quindi si è scollegata, in un certo senso, dall'economia del resto del mondo. Infatti, Europa, da un lato, e paesi emergenti dall'altro, Cina, Russia e India, stanno marciando di conserva a tassi ancora sostenuti.


Ma, soprattutto, le due aree economiche, quella europea e quella emergente, stanno aumentando la loro interdipendenza. Il lato reale dell'area non-americana, cioè, è ancora forte, nonostante l'economia americana rallenti. E questa è la buona notizia. Le grandi crisi, come quella del 1929, avvengono quando le crisi nei due lati, finanziario e reale, si sommano e si moltiplicano a vicenda. Questo, in una certa misura può valere oggi per gli Stati Uniti, ma potrebbe non valere per il resto del mondo.


Potremmo, cioè, ragionevolmente sperare che, pur dovendo far fronte a difficoltà finanziarie non irrilevanti, produzione, occupazione, investimenti ed esportazioni dell'economia reale dell'area non-americana, continuino a marciare e quindi possano trascinare fuori dalla crisi anche il lato finanziario. E, se potessi, scriverei anche: qui lo dico e qui lo nego.

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