LA SICUREZZA E LE IMPRONTE

In un film di qualche anno fa, Gattaca, si descrive una società in cui la popolazione viene schedata fin dalla nascita attraverso una serie di dati biometrici. Il destino di ciascuno viene così anticipato grazie a una identificazione univoca tra la sua dimensione biologica e il ruolo sociale che è destinato a giocare.


Un regime di polizia biopolitica verifica costantemente l’identità biometrica delle persone grazie a un sistema centralizzato che contiene i dati necessari per tenere tutti al loro posto e punire i trasgressori. Tutta la trama naturalmente ruota intorno alla capacità del protagonista di ingannare il sistema e di arrivare dove il suo codice genetico non avrebbe mai dovuto consentirgli.


Una discussione assai vivace sul pericolo o meno di scenari futuri di questo tipo si svolge ormai da anni in Inghilterra in relazione all’intenzione del governo di introdurre le carte d’identità obbligatorie e di inserirvi una serie di dati biometrici, tipo impronte, iride, ecc. Inizialmente veniva presentata come una misura di sicurezza necessaria nella cosiddetta “war on terror”; ora, non essendo riuscito a dimostrare in alcun modo il nesso, il governo lo giustifica con questioni generiche di sicurezza o lo associa al controllo dell’immigrazione.


I cittadini britannici sono divisi sul tema: i favorevoli si dicono pronti ad accettare una restrizione delle proprie libertà individuali per una maggiore capacità di controllo del territorio da parte della polizia; i contrari sostengono invece che la schedatura biometrica non solo non consenta di prevenire il crimine, ma anzi possa dare adito ad un uso improprio dei dati e alla violazione della privacy. Dopo anni di acceso dibattito, la decisione finale non è stata ancora presa, anche per le sue profonde implicazioni riguardo ai diritti civili e alla questione della libertà personale (la Camera dei Lord, ad esempio, si è più volte detta contraria).


In Italia in questi giorni si è deciso, quasi nell’indifferenza dei media, di inserire le impronte digitali sulle nuove carte d’identità elettroniche. La nostra impronta, una volta registrata elettronicamente, verrà trasmessa in tempo reale ad una serie di centri di raccolta dell’informazione che la gestiranno insieme ad altri dati sulla nostra presunta “identità”. Ora, credo che non ci sia governo in Occidente che non abbia tentato, dopo l’11 settembre, di introdurre nuove forme di schedatura della popolazione. La cosa sorprendente del caso italiano è tuttavia che non sembra esserci alcun dibattito pubblico sulle serissime implicazioni di una schedatura sulla base di un dato biometrico come le impronte digitali.


Per risolvere la questione delle impronte ai bambini rom si è quasi scivolati verso questa generica soluzione. Per dimostrare che non si vuole schedare un gruppo etnico, allora si è scelto di schedare tutti!

Ci sono almeno tre aspetti che meriterebbero una discussione ampia e articolata sull’argomento. Il primo riguarda le ragioni alla base del provvedimento. In generale si ritiene, almeno da parte di chi è favorevole, che il controllo biometrico dell’identità consenta maggiori livelli di sicurezza contro il crimine.


Tuttavia non esiste prova (se non nei regimi di polizia) che la schedatura biometrica della popolazione riduca il tasso di criminalità.Casomai puo avere effetti sull’identificazione dei rei, ma non funziona come forma preventiva. Cosa mai hanno dunque combinato gli italiani negli ultimi tempi per meritarsi una schedatura completa delle impronte? Il luogo comune - spesso citato al proposito - che chi non ha nulla da nascondere nulla debba temere è semplicemente inaccettabile se si ritiene che la funzione dello Stato sia quello di servire il cittadino e non quella di controllarlo, almeno in democrazia.


Il secondo punto riguarda la possibilità di errori associati alla raccolta di dati biometrici, ma soprattutto la possibilità che finiscano in mani sbagliate. Recentemente, il governo inglese ha perso un computer con i dati fiscali e anagrafici di 7 milioni di persone.


Nessuno sa dove siano finiti, ma milioni di persone sono ora a rischio di frode e di scambio di identità! Inoltre, una volta raccolto il dato biometrico, la verità è che, nella maggior parte dei casi, il portatore ne perde traccia, non sa a quali organizzazioni sia consegnato e che uso ne venga in effetti fatto.

Il terzo tema, quello più inquietante, riguarda l’idea stessa che l’identificazione e l’identità di un individuo possano basarsi su un dato biometrico.


Le esperienze americane e inglesi in questo campo insegnano due cose: la prima è che, dopo aver richiesto le impronte, i governi cominciano a richiedere altri dati, come ad esempio il Dna, le spese bancarie, i movimenti, ecc. L’obiettivo in tutti questi casi è quello di costruire un cosiddetto ”risk profile” dell’individuo, cioè un identikit del potenziale criminale sulla base dell’incrocio di una serie di dati.

Le persone ‘sospette’ vengono così tenute d’occhio, anche se non hanno mai commesso un reato.


L’Homeland Security voluto dal Presidente Bush risponde esattamente a questo imperativo: il controllo totale (virtuale) di tutti i cittadini americani per prevedere i loro comportamenti potenzialmente criminosi.

Il secondo insegnamento è che, una volta innescato un progetto di questo tipo, la tentazione di tradurlo in forme di ingegneria sociale è fortissimo e nessuno ci garantisce che il governo, qualunque governo, sappia resistervi. E’ noto, ad esempio, che in Inghilterra si vorrebbe identificare le potenziali devianze criminali dei bambini che appartengono a famiglie a rischio, intrecciando dati socio-culturali e biometrici.

La lunga storia del Novecento ci ha mostrato a quali mostruosità l’ingegneria sociale basata sul controllo biopolitico possa portare.


Le impronte digitali per tutti, ci piaccia o no, sono senza dubbio un passo verso un nuovo regime di controllo della popolazione. Se dobbiamo accettarlo, ci dicano almeno perchè, e ci facciano decidere se quelle ragioni sono valide abbastanza per affidarci alla traduzione del nostro corpo in dato elettronico e a tutte le sue implicazioni biopolitiche.

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