LA TURCHIA ELEGGE L’ISLAMICO GUL
La Turchia ha un presidente islamico. Non è novità di poco conto. Alla Cankaya sale, per la prima volta, un esponente di un partito di ispirazione religiosa. Si conclude così la lunga crisi che aveva condotto alle elezioni anticipate di luglio, vinte largamente dall'Akp di Erdogan. Un'elezione che i militari, custodi della lunga tradizione laica e nazionalista di matrice kemalista, difesa pesantemente in passato contro gli stessi islamisti con pronunciamenti e colpi di Stato, non hanno gradito. Tanto che ancora ieri il capo di stato maggiore, il generale Buyukanit, ha fatto pubblicare sul sito dell'esercito un comunicato in cui si afferma che la laicità dello Stato è sotto l'attacco «dei centri del male che cercano di erodere la natura laica della Repubblica». E in cui si ribadisce che le forze armate non rinunceranno a «proteggere la democrazia».
Una linea sfociata nella decisione dei generali di non presenziare al giuramento del nuovo capo dello Stato. Un segnale foriero di grandi tensioni. Anche se, contrariamente al passato, quando misero fuori gioco gli islamisti dell'allora premier Erbakan, un loro nuovo intervento « normalizzatore» non è facile. Il quadro internazionale è mutato. Gli Stati Uniti , di cui la Turchia e partner strategico nella Nato, non potrebbero assistere in silenzio al rovesciamento di un quadro politico uscito da consultazioni democratiche.
Anche se non è escluso che greche e stellette possano cercare motivazoni esterne per rovesciare gli equlibri politici. Intervenendo, per esempio, nella zona curda dell'Iraq, guardata con sospetto come l'anticamera del grande Kurdisatan. Non è un caso che i curdi, in larga parte laici, abbiano guardato con favore alla politica dell'Akp, estranea a tentazioni interventiste. L'altra prova di forza avverrà sul velo. Il turban è proibito negli spazi pubblici istituzionali, ma la moglie di Gul, Hayrunissa, sostenuta dal consorte e dal capo del governo, intende portare la sfida direttamente, nel palazzo presidenziale, indossandolo anche alla Cankaya.
L'instabilità del quadro politico è amplificata dalla stessa decisione degli ultranzionalsiti del Mhp di Devlet Bahceli, formazione vicina all'ala maggioritaria dei Lupi Grigi, di consentire il numero legale necessario all'elezione di Gul, votato dai soli deputati dell'Akp. Non si tratta di una concessione. Semmai di una accelerazione tattica. Gli ultranazionalisti puntano a uno scontro aperto con il potere islamista e la diarchia ai vertici dello stato legittima, a loro avviso, tale opzione.
Sino a oggi l'Akp si è mostrato un partito definito "moderato" dagli osservatori. Ha varato le riforme chieste dall'Europa per proseguire il negoziato che, teoricamente, dovrebbe condurre la Turchia nell'Unione tra un decennio. Ma dopo il trionfo alle elezioni politiche il partito del premier Erdogan, controlla ora un altro snodo decisivo del potere. Il presidente ha larga influenza sulle nomine dei capi delle forze armate e sui giudici costituzionali, le istituzioni classiche del kemalismo. Ed è certo che Gul cercherà di rompere il monopolio delle nomine laiche ai vertici della Repubblica. Anche se nel discorso di insediamento ha ribadito il rispetto dei principi costituzionali, compresa la laicità dello stato, e l'intenzione di rappresentare tutti i cittadini.
Del resto l'Akp hanno sempre guardato all'Europa e alla democrazia come a uno scudo contro la lacità blindata dei militari. Mentre l'Europa ha sempre sentito più vicina la Turchia laica, anche quando le sue sorti sono state affidate a un potere non democratico. Una contraddizione che ci interroga e con cui siamo obbligati a fare i conti.
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