LA «VIA»? SCORRETTA
Il richiamo al rispetto delle leggi, rivolto su Il Piccolo del 18 maggio da parte del presidente degli industriali Valduga, riferito alla questione cementificio di Torviscosa, è perfettamente condivisibile e, in uno stato di diritto, perfino ovvio. È però proprio l'analisi concreta dei fatti, sia relativamente alla questione del cementificio, ma anche ad altre grandi questioni ambientali regionali, a non convincere gran parte della pubblica opinione sul meticoloso rispetto di leggi e procedimenti.
Tanto per cominciare, l'affermazione che il cementificio rappresenta un valore aggiunto in quanto garantisce la bonifica dei siti inquinati è di per sé del tutto fuorviante: per le norme vigenti sia statali che comunitarie infatti il sito inquinato (di interesse nazionale) deve in ogni caso essere assolutamente bonificato secondo il principio stabilito e ormai consolidato del "chi inquina paga" e quindi a spese dei responsabili delle avvenute contaminazioni dei terreni e delle acque. La questione tanto contestata della Valutazione di Impatto Ambientale merita invece qualche richiamo ai principi sanciti per quel procedimento.
Una corretta applicazione delle normative in materia prevede infatti che si debbano sottoporre a rigorose analisi, e quindi porre a confronto fra loro, come minimo due ipotesi alternative delle opere proposte, oltre alla cosiddetta ipotesi zero, stabilendo alla fine dell'intero procedimento pubblico e trasparente, quale sia la soluzione vincente in base alla valutazione comparata delle diverse ipotesi progettuali poste a confronto. E' invece prassi costante, per tutti i casi di opere fin qui emersi su scala regionale, di sottoporre a procedura di VIA una sola proposta progettuale, rispetto alla quale allora per l'Autorità si pone l'unico problema di una bocciatura, ovvero di un'approvazione magari con eventuali prescrizioni correttive, tese a mitigare aspetti negativi di impatto sull'ambiente e sulla salute umana. Insomma, anche nel caso del cementificio di Torviscosa la corretta applicazione delle norme in fatto di VIA è stata disattesa se non altro per la carenza delle analisi e non aver esaminato alcuna altra ipotesi di raffronto.
Altra fondamentale questione sollevata dal Presidente degli industriali è la sollecitazione rivolta al Governo regionale di decidere in base all'interesse superiore, nella fattispecie evidentemente quello della produzione, dichiarato preminente rispetto alle esigenze di tutela ambientale e alle rimostranze delle popolazioni locali. Anche rispetto a questo tipo di considerazioni vengono fortunatamente in soccorso principi giuridici sanciti ai più alti livelli quali i trattati Comunitari e la stessa Costituzione della Repubblica Italiana. Tutta la recente giurisprudenza, pur nel continuo tentativo di bilanciare interessi talvolta contrapposti, afferma la preminenza del diritto ad un ambiente equilibrato e alla salute dei cittadini e dunque che la tutela dell'ambiente è un valore collettivo inalienabile.
Del resto, la stessa procedura di VIA riconosce la possibilità di approvare un progetto anche di fronte ad una valutazione parzialmente negativa solamente nel caso che l'opera in questione sia di preminente interesse pubblico e che la sua necessità sia tale da rendere inevitabile la compressione di una parte del diritto alla tutela ambientale. Ma pare del tutto improponibile che, ad esempio, un cementificio possa essere dichiarato essenziale e indispensabile opera pubblica, quanto invece si configura più correttamente come opera di evidente interesse privato, nel qual caso una Valutazione di impatto ambientale anche solo parzialmente negativa non è emendabile con prescrizioni autoritative.
Né potrebbe reggere il ragionamento che con il cemento ivi prodotto si costruiranno strutture e infrastrutture di interesse pubblico poiché in tal caso, per estensione, non esisterebbe in Italia una sola impresa privata produttrice di beni o servizi. La sollecitazione al rispetto delle leggi potrebbe continuare a lungo su una serie molto complessa e variegata di norme ambientali, generali e di settore, ma almeno altri due riferimenti paiono quanto mai attuali. Il primo riguarda la ormai inarrestabile serie di sollevazioni popolari che rende evidente l'impossibilità di agire in modo così pesante sul territorio senza coinvolgere e soprattutto convincere i diversi portatori di interesse, dai casi delle casse di espansione sul Tagliamento, ai dragaggi della Laguna, alle cave di Raveo, ai diversi elettrodotti, all'autostrada carnica, alla TAV, ai rigassificatori, per finire col cementificio. Ebbene, in tutti questi casi si sarebbe dovuto rispettare e sollecitamente applicare la Direttiva europea 35 del 2003, tesa a soddisfare gli obblighi derivanti dalla Convenzione di Arhus, che impongono il coinvolgimento delle popolazioni locali nel processo decisionale in materia ambientale.
Il secondo punto si riferisce a un indirizzo contenuto nel sesto Programma d'azione dell'Unione Europea per il 2001-2010, che invita decisamente ad utilizzare gli strumenti dell'Accordo volontario e dell'accordo negoziato fra Pubblica amministrazione e Impresa quali nuovi mezzi per raggiungere concordemente gli obiettivi di uno sviluppo ecosostenibile. L'inserimento di tale punto qualificante nel programma dell'attuale Giunta regionale aveva alimentato speranze sulla possibilità di contribuire alla costruzione di una nuova stagione basata sulla cooperazione anziché sul conflitto sociale, ma evidentemente a tuttoggi con inesistenti risultati pratici.
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