L’ANIMA DEL FUTURO
L’affluenza alle urne per le primarie del Partito democratico è andata molto, molto oltre le previsioni, e questo è il dato più importante. Tre milioni di cittadini per dire che il Partito democratico deve nascere e deve avere al suo interno la società civile. Nessun partito è mai nato in questo modo, lo dovranno ammettere anche i suoi avversari. Nella nostra tradizione politica si è inserito uno strumento fortissimo di democrazia diretta e questo cambia radicalmente i rapporti fra una classe dirigente e i suoi elettori: lo ha sottolineato subito Romano Prodi.
E è un giudizio da condividere per intero. Va aggiunto che questo grande voto popolare non è una cambiale in bianco, i dirigenti del nuovo partito devono essere i primi a saperlo. Dario Franceschini lo ha già detto in modo esplicito, e c'è da augurarsi che questa consapevolezza sia condivisa. È forte infatti la sensazione che, dopo molte delusioni, questa sia l'ultima prova di fiducia che "il popolo dell'Ulivo" ha voluto dare al suo gruppo dirigente. C'era speranza e al tempo stesso disincanto nella gente in fila ai seggi, e non sono sentimenti che possano convivere a lungo.
Una parte del Paese ha messo in campo una grande generosità e una grande voglia di profondi cambiamenti: ove essa fosse di nuovo delusa, sarebbe probabilmente l'ultima volta. Pochi giorni fa 5 milioni di lavoratori, ieri tre milioni di elettori hanno detto che questo non è ancora il Paese del "vaffa". Non ancora, anche se il modo assolutamente inadeguato -quasi irresponsabile- con cui la politica ha risposto alla propria crisi non alimenta grandi speranze. Non va neppure dimenticato che questa giornata di democrazia sarebbe stata ulteriormente rinviata, e forse sarebbe stata diversa, se fosse dipeso dagli stati generali dei Ds e della Margherita.
Solo la pesante sconfitta elettorale alle amministrative di maggio pose infatti fine a una incomprensibile catena di manovre interne e spinse le forze che daranno vita al Partito democratico a indire le primarie per il leader. In quel clima cessarono d'incanto anche le sotterranee resistenze che frenavano la candidatura già allora in testa ai sondaggi, quella di Walter Veltroni: solo all'indomani di quel voto Veltroni ebbe il consenso esplicito dei leader del suo stesso partito. Il sindaco di Roma tenne conto in modo significativo della forte indicazione di malessere nei confronti del centrosinistra che veniva dalle amministrative di maggio. Lo fece già al momento di rendere pubblica la propria candidatura: scelse Torino, in accordo stretto con il sindaco della città.
Scelse cioè una città del Nord e quel modello di partito -il "partito dei sindaci", appunto- che si basa su competenze riconosciute dalla società e dal territorio: il contrario delle liste sbarrate (che purtroppo sono riemerse per i candidati alla Costituente del partito a livello nazionale e regionale). Al Lingotto Veltroni presentò una proposta politica che aveva il pregio della chiarezza e andava contro molti luoghi comuni, molte pigrizie, molti conservatorismi del centrosinistra. Vi fu l'assunzione della sicurezza come bene prioritario, la proposta di un ambientalismo costruttivo contro l'"ambientalismo dei no"(parlava nel Piemonte del no alla Tav), il rifiuto di un rapporto punitivo fra stato e cittadini (con esplicito riferimento al sistema fiscale), e così via. Si capì meglio al Lingotto perché la sua candidatura appariva la più convincente: era una fiducia basata sui fatti, e cioè sul modo in cui ha operato da sindaco.
A Roma Veltroni non ha solo governato una città difficilissima: inserendosi con decisione in una via già aperta da Rutelli, ha saputo dar corpo a un progetto e ha ridato orgoglio civico a una città che aveva perso fiducia in se stessa. Quel che serve oggi all'Italia, in altri termini. Veltroni ha portato questo stesso spirito nelle primarie del Partito democratico. La sua proposta è sembrata sin dall'inizio disegnare un’"anima" del futuro partito fatta di competenza, di cultura, e perfino di sogni. Anche per questo la sua candidatura è apparsa quella più "unitaria", più capace di unire, e la sua vittoria non è mai sembrata in dubbio. L'elezione diretta e lo straordinario afflusso alle urne danno oggi al segretario del nuovo partito una grandissima autorevolezza e al tempo stesso gli tolgono ogni possibile alibi.
Lo privano di ogni giustificazione o scusa, ove l'impegno assunto non venisse mantenuto. Sarebbe difficile perdonargli arretramenti o compromessi incomprensibili. La posta in gioco è la capacità di far riacquistare al Paese fiducia nella politica, e il compito è difficilissimo. Inoltre il percorso che sta davanti al Partito democratico non è astratto, si costruisce secondo tappe e scadenze. La prima è sotto gli occhi di tutti: una svolta decisa nella azione di governo, una inversione di tendenza rispetto all'eccesso di mediazioni (mediazioni che rischiano perfino di modificare il patto sul welfare appena votato da cinque milioni di cittadini). Davanti al nuovo partito e al suo leader vi è dunque un percorso concreto e al tempo stesso la necessità di rendere sempre più riconoscibile e coerente il progetto ideale. Forse anche le forze del centrodestra dovrebbero augurargli buon lavoro: è interesse di tutti.
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