LE MEZZE VERITA’ DI TREMONTI
Essendo persona di notevole intelligenza Giulio Tremonti, a differenza di molti altri, si è reso conto che la recente crisi dei mercati finanziari potrebbe cambiare molte cose. Essendo,purtroppo, un fiscalista e non un economista tende a trarre inferenze sbagliate dalle sue giuste intuizioni. Un'ampia intervista al Corriere della Sera di giovedì scorso consente di comprendere con sufficiente chiarezza il suo pensiero. Al riguardo c'è da essere preoccupati dato che Tremonti - se non c'è qualche mutamento di tendenza tra gli elettori - pare destinato a riavere in futuro, come già nei governi Berlusconi, posizioni di primissimo piano in campo economico. Né si può trascurare il peso che lo stesso ha su una parte dell'opinione pubblica.
Cominciamo dall'analisi dei recenti sussulti sui mercati finanziari mondiali: pur non accettando di paragonarli in tutto e per tutto a quella del 1929, Tremonti li interpreta in termini drammatici. Per usare le sue parole: «la vera rilevanza della crisi del 2007 è il passaggio dal futurismo al realismo,dai geroglifici della finanza al calcolo semplice e duro del valore dell'ora lavorata, dal macro al micro,dall'irresponsabilità alla responsabilità». Ci sono molta ingenuità e molto wishfull thinking in questa interpretazione dei recenti eventi. Tutti possiamo condividere l'idea che i mercati finanziari siano spesso dominati da fenomeni speculativi e da scarsità di visioni ben fondate sul lungo periodo. I vari boom, ultimo quello delle dot-com, mostrano chiaramente che spesso le Borse sopravvalutano le nuove tecnologie.
E attribuiscono loro risultati che non si verificheranno nella misura sperata. Ma pensare di mettere da parte i mercati finanziari è un po' come voler trascurare auto ed aerei ed usare solo le ferrovie come mezzi di trasporto. Con tutti i loro difetti, se non ci fossero i mercati finanziari, non ci sarebbero grandi imprese ed in particolare i livelli della produttività sarebbero ancora quelli dell'800, con i loro conseguenti livelli di vita. Ma perché Tremonti pronostica la fine o quanto meno la riduzione di peso dei mercati finanziari?
Con tutti i loro difetti questi esprimono dei giudizi sulla solvibilità degli Stati e la semplicistica finanza pubblica praticata da Tremonti quando era al governo non ha avuto voti positivi. Se,come spera, dovesse tornarvi, queste sue posizioni lo autorizzerebbero a riprendere l'allegra strada dell'annullamento del surplus primario. Interpretazione confermata dall'altrimenti incomprensibile richiamo all'auspicato passaggio dal macro al micro, quasi che le condizioni generali dell'economia e della finanza pubblica che in qualche misura la determina non costituissero la culla entro la quale le imprese possono e debbono crescere.
Del resto il neo-colbertismo di Tremonti, ribadito anche nella citata intervista, potrebbe trovare terreno politicamente favorevole solo in una crisi di non lieve momento. Peccato la lezione della storia indichi che i vantaggi sono di brevissima durata ed i danni si protraggano nel tempo.
C'è, per altro, anche un aspetto positivo nel Tremonti pensiero ed è dalla convinzione che "il vuoto lasciato dalla finanza sarà colmato dal ritorno dei valori. I bisogni vengono prima dei desideri, Caino è diverso da Abele, la vita non è più solo pil e non è solo la scienza, il ’68 non è il futuro, ma il passato, il governo dell'Europa deve passare dall'inerzia all'iniziativa economica come nel New Deal di Roosevelt". Peccato dimentichi, per restare in campo economico, che il New Deal non è stato solo lavori pubblici, ma una serie di nuove regole per riportare ordine nei mercati delle borse e del credito per far loro assolvere meglio la funzione di finanziamento delle imprese.
E soprattutto Tremonti sembra trascurare che uno dei valori fondamentali del cristianesimo, della cui civiltà siamo -credenti e non credenti- eredi,è l'amore del prossimo. Oggi il modo economico di praticarlo è favorire una globalizzazione che ha fatto già uscire dalla miseria milioni di uomini e , se non intralciata, ne farà uscire altri miliardi. Tra l'altro portando vantaggi complessivi anche ai Paesi già sviluppati. Lo vada a spiegare al suo amico Bossi.
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