Le origini antiche del termine “algoritmo”
Il nome "algoritmo" deriva dall'arabo al-Khuwarizmi ("originario della Corasmia"), appellativo con cui veniva chiamato Mohammed ibn Musa, matematico del IX secolo.
Nel medioevo si credeva (e magari qualche studente potrebbe ancora sospettarlo...) che il loro nome derivasse dal termine greco aleinos-doloroso e arithmos-numero.
Un algoritmo non è infatti un concetto informatico, ma deriva dalla matematica, ed è un procedimento che risolve alcuni problemi attraverso un numero finito di passi elementari.
Quindi più è sofisticato l'algoritmo, più sono complessi i problemi che riesce a risolvere.
Ciò che impressiona è la loro diffusione. Un algoritmo permette ai nostri computer di funzionare, ai semafori di far scorrere regolarmente il traffico, alle biblioteche di gestire i loro volumi, e ai Bancomat di consegnarci il denaro.
Senza saperlo anche quando prepariamo il caffè, seguiamo una ricetta, o costruiamo un mobile stiamo usando un algoritmo.
Però non tutti gli esempi sono così positivi. Gli algoritmi di Facebook e Amazon, ad esempio, influenzano le nostre relazioni interpersonali ed i nostri acquisti. L'algoritmo di Google condiziona quotidianamente la nostra conoscenza, facendo apparire tra i primi risultati un sito piuttosto che un altro.
È però indubbio che al giorno d'oggi non potremmo farne a meno, perché ciò ci permette di reperire informazioni con una velocità ed un'efficienza straordinarie.
Affidare le nostre decisioni ad un algoritmo può essere molto rischioso, come affermano Carlo Toffalori, docente di Logica matematica all'Università di Camerino, e il matematico Paolo Canova.
«Ci si può sempre fidare degli algoritmi? Dipende. Ci sono algoritmi sperimentati e altri no. E c'è il problema della macchina che può guastarsi in qualunque momento», sostiene il primo. E il secondo: «Spesso si usano gli algoritmi con una fede esagerata: l'algoritmo, se è scritto su premesse sbagliate o incomplete, fallisce».
È inoltre impossibile che un algoritmo sia capace di prendere in considerazione emozioni, stati d'animo o empatie quando fa una scelta. A seconda delle situazioni questo può essere un vantaggio o meno.
La soluzione sembra essere quella di abbinare agli algoritmi, che semplificano, velocizzano e riordinano la nostra vita, la capacità decisionale dell'uomo. Negli Stati Uniti un algoritmo aiuta a decidere se una persona che ha commesso un reato debba rimanere in carcere oppure no. Esso è molto utile, ma non viene mai usato da solo, bensì è mediato dall'esperienza di un giudice.
È inoltre certo che gli algoritmi hanno un ruolo fondamentale quando è in gioco la probabilità. Per questo sono usati per far funzionare le slot machine e sono alla base di tutti i siti di incontri: «in fondo l'amore è una questione di probabilità», afferma Canova.
Tim Berners-Lee, inventore del World Wide Web, evidenzia la discrepanza tra un Web "per tutti", che rinforza la democrazia e fornisce a tutti le stesse opportunità, ed un Web estremamente competitivo, che concentra potere economico e politico nelle mani di pochi soggetti, detentori degli algoritmi che accompagnano la nostra vita quotidiana.
Egli sottolinea l'incredibile potenzialità che hanno questi algoritmi, ma si dichiara preoccupato che questi soggetti privati gestiscano in maniera troppo marcata le nostre vite, perché la motivazione di tali colossi, in un sistema capitalistico, è quella di massimizzare egoisticamente i propri guadagni.
Tutto quindi sta nell'imparare a riconoscere il potenziale degli algoritmi nelle nostre vite, ma evitare che ciò si trasformi in un dominio incontrastato.
Costanza Gulli
II A
Liceo classico Petrarca
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