Lo studioso sospettoso che provò a fare luce tra i misteri di Trieste

Era un uomo alto e magro, poteva passare inosservato ma non si lasciava sfuggire le storie oscure legate agli anni bui della guerra in città

Mi chiedi se me lo ricordo? Sì, lo ricordo bene.

Non perché spiccasse fisicamente in mezzo alla gente che in quell’estate andava e veniva alla Risiera. Era alto e magrissimo, portava pantaloni corti alla caviglia e una camicia chiara, che tenne addosso per tutto il tempo. Che poi fu breve, mi sembra, ma non lo so dire con certezza.

Troppe cose avvenivano in quei giorni, e c’era un continuo andirivieni di ordini e ispettori, per lo più italiani. C’era qualche neozelandese ed erano arrivati gli inglesi, ma erano gli italiani che scoprivano le cose e si preoccupavano di nasconderle, transitarle altrove, per la civile pacificazione delle coscienze e la buona condotta della città. Lo sapevamo tutti e non ci facevamo troppe domande, io non me le sarei fatte nemmeno in seguito, se non l’avessi conosciuto.

Aveva occhi neri, impazienti e acuti. Ma quello che colpiva in lui era il camminare sospettoso, che lo faceva somigliare a uno studente ancora incerto sulla via da prendere. Solo più tardi, capii che si trattava di metodo: avanzava come sovvrapensiero, e intanto metteva a fuoco dettagli, memorizzava particolari senza che la gente attorno a lui se ne accorgesse.

Era uno che non balzava all’occhio, tendeva a uniformarsi allo sfondo, tant’è che all’inizio nessuno fece a caso a lui.

Lo incrociai la prima volta in una delle diciasette microcelle. Stava seduto sui talloni, la schiena appoggiata al muro e scriveva frettolosamente su un quaderno facendosi luce con una candela, perché lì dentro era buio anche al mattino. Rimasi per un po’ sulla soglia a osservarlo poi, vedendo che non dava segno di essersi accorto di me, provai a tossire piano. Ero giovane e impacciato, non sapevo come comportarmi davanti a quell’uomo che mi sucitava un misto di soggezione, come davanti ai professori della scuola, e la curiosità di un eroe da propaganda. Lui sussultò, mi fissò stringendo gli occhi e poi rapidamente si tirò in piedi e soffiò sulla candela. Lo spazio angusto delle celle della morte lo obbligò a passarmi vicinissimo e così lo sentii ansimare, nel modo sincopato che non è degli atleti ma delle prede atterrite.

Mi accorgo di dire con naturalezza “celle della morte”, perdonami, non volevo impressionarti né sembrarti indelicato. È solo che al tempo cercavo di prendere dimestichezza con i nomi del luogo, li ripetevo in testa come un ritornello macabro per vincere il più forte terrore che mi assaliva quando prendevo via dell’Istria e sentivo incombere sulle mie spalle la torre e le pareti di mattoni. La ciminiera era stata fatta saltare la notte del 29 aprile, ma rimaneva nell’aria una presenza opprimente e densa come cenere.

Quando arrivavo al mio turno di guardia – avevo appena finito la scuola ed ero poco più che un custode –, cercavo di concentrarmi su piccoli compiti, per ignorare lo sguardo dei buchi delle finestre, regolari e vuoti. Lo so che è strano, ma ricordo un grande silenzio, quel tipo di immobilità ovattata che di solito si impadronisce di un campo aperto dopo che un animale è stato ammazzato, e nemmeno un uccello ha più cuore di dar aria alle ali. Naturalmente invece c’era un gran baccano, uomini in divisa e in borghese lanciavano ordini, imprecavano, si affrettavano a coprire il loro stesso attonito disorientamento davanti a un orrore che ogni giorno si rivelava più grande.

E c’erano i documenti, nomi e foto, orologi, occhiali, pettini, un anello, un portacipria, un bocchino per sigarette...

Di notte, a casa, tua nonna mi scuoteva forte perché mi svegliassi, diceva che se continuavo a urlare così veniva giù il palazzo. Poi, vedendo i miei occhi impauriti, mi portava un bicchiere d’acqua che aveva fatto bollire con le foglie di melissa e diceva: «Te vedi che passa tuto, che sta bruta roba la finissi».

È stato verso il tramonto che per la prima volta ci siamo parlati, accadde il suo terzo giorno, ne sono certo. Avevo l’ordine di portare alcuni sacchi in strada, dove sarebbe passato un camion a raccoglierli. Lui mi si avvicinò cauto, mi chiese se sapevo cosa contenessero. Gli dissi che non ne sapevo niente e comunque non si potevano aprire. Non insistette, per non crearmi imbarazzo – una gentilezza sproporzionata.

Ricordo che mi sentii in colpa per il mio scostante diniego e cercai di dire a mia volta qualcosa di garbato. Gli chiesi fino a che ora durava il suo turno. «Fin quando non ho finito, ma forse anche prima, temo» disse in lingua.

Gli chiesi di cosa si occupasse e lui mi guardò serio. «Ti interessa davvero?» Annuii, ma per educazione, in realtà volevo tornarmene a casa. Lui però era rapito dal suo stesso fuoco e non si accorse della mia ritrosia. Mi trascinò dentro, non nelle celle dove ci eravamo incontrati ma in quella che ora chiamano la sala delle croci. Erano dei grandi cameroni che, si diceva, avevano ospitato migliaia di persone in attesa dei vagoni per la Germania.

All’inizio non vidi niente per via del buio. Poi lui mi toccò il braccio per esortarmi a andare più vicino. Quando gli occhi si abituarono alla luce scura, le vidi anch’io.

Scritte, sillabe disordinate in calligrafie diverse, irregolari, a volte sghembe. Scritte della disperazione, ovunque alle pareti.

Guardai meglio, erano nomi. Suoni familiari. Nomi e cognomi in una lingua che era la mia. Nomi e cognomi che avevo sentito più di una volta in bocca alla gente nei caffé e in fila al mercato.

E ora non biasimarmi, ti prego, ho l’animo pavido del vigliacco. E non sai quante volte, negli anni che seguirono e anche il 2 di maggio quando ebbi la notizia (parziale e contraffatta) della sua morte, rimpiansi di non aver mandato a memoria quello che vidi. Cancellai ogni traccia dai ricordi e nemmeno il più bravo dei terapeuti saprebbe ora farli riaffiorare.

Quella sera si rimise subito a scrivere, con il polso tremante per la fretta, perché la luce non era sufficiente per fare fotografie. E forse fu colpa mia, lo tirai fuori dal suo anonimato, non lo so dire, però è certo che qualcuno lo vide e capì. Il giorno dopo, al risveglio, trovò una squadra di inbianchini al lavoro: avevano quasi finito di ricoprire di calce i muri. Non disse nulla, era uno studioso abituato a perdere piste e ritrovarle. Probabilmente tornò a casa sconsolato.

Lo incontrai di nuovo alla fine dell’aprile del ’74. Mi riconobbe e parlammo a lungo in un caffè. Aveva ritrovato, quasi vent’anni anni, dopo una flebile traccia delle molte perdute in Risiera. Si trattava di certe fotografie dei rastrellamenti nella Jugoslavia occupata: in alcune erano riconoscibili volti che corripondevano ai nomi ricopiati nei suoi diari. Con una finta ritrosia si rifiutò di mostrarmi le fotografie, e solo ora capisco che non volle condividere con me quel peso che presagiva fatale. Qualche giorno dopo, appresi dai giornali della sua morte.

Con un’eco che mi riesce insopportabile so che morì bruciato, e vorrei dirti che stessa fine fecero i diari e quelle foto. Ma so che non è così. Non so dirti di più ed è questa mia ignoranza che mi permette di parlartene.

Ora che per la prima volta sento il valore del poco tempo rimasto vorrei chiedere a te, nipote caro, che sei nato in una città straniera e non hai certi calcoli nella testa, di provare a riunire insieme i molti imbrogli di questa storia per cercare di cambiare la città dove hai deciso di tornare a vivere. Di farlo prima che sia troppo tardi, di farlo per la memoria senza pace di quello che considero un amico e che era molto di più di uno studioso dal piglio esoterico.

Ma poi mi preoccupo per te, e ti chiedo, anzi ti supplico e devi giurarmelo: non provare a cambiare niente quaggiù. Non indagare in questa zona d’ombra, non provare a capire i fantasmi di un confine che la gente si ostina a non dimenticare, non provare a decifrare i misteri né a interpretare i rancori e le fortune di chi campa su quel passato, sono in molti e senza sforzo li potrai riconoscere ma non affrontare. In fondo, è grazie a questi fantasmi e questi nomi che possiamo mantenere ciò che la gente, che come te viene da fuori, ama della nostra città: l’immobilismo edonista, la nostalgia asburgica, il subconscio mai del tutto psicanalizzato, l’inaccessibile Porto Vecchio e i segreti ben sepolti negli archivi e sotto le pietre del nostro Carso.

. (Il disegno è di Massimo Jatosti)

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