LO SVILUPPO PARTECIPATO
«Sviluppo», «Ambientalismo» riflettono ormai due posizioni ideologiche, ma sono in realtà due elementi indispensabili della nostra cultura. Essi rappresentano, rispettivamente, la forza propulsiva interna di ogni specie vivente. E la condizione esterna che ne controlla e ne limita la sopravvivenza. Non si può parlare correttamente di due "nemici" quanto di un ineliminabile gioco delle leggi di natura: il controllo dell'ambiente sulla crescita delle specie. Le ragioni a favore dello sviluppo sono, biologicamene e storicamente, ovvie.
Quanto ai limiti dello sviluppo, essi sono stati analizzati fin dal 1972 dal famoso rapporto del club di Roma. A 35 anni di distanza molti dati previsionali dell'epopca devono essere riveduti, ma dopo averlo criticato, quel rapporto viene oggi ricordato come lungimirante. Non possiamo accettare uno sviluppo "contro" l'ambiente né possiamo immaginare un ambiente che non risenta dello sviluppo demografico dell'uomo. Le ragioni a favore della difesa dell'ambiente sono rese evidenti dalla ricerca scientifica. Le più drammatiche "scoperte" sugli effetti della crescita demografica sono infatti quelle che vengono oggi dalla misura dei suoi effetti sull'ambiente e dalle proiezioni di tali effetti sul prossimo futuro.
Le minacce dell'uomo sull'ambiente sono evidenti alla scienza ma sono anche meno facili da far accettare dalla cultura corrente, perché siamo egoisticamente riluttanti a riconoscere di avere dei limiti. Parliamo allora di sviluppo compatibile, espressione che è in sostanza un ossimoro, a meno che non si accetti che la compatibilità include un limite sia allo sviluppo economico che allo sviluppo demografico. E ci chiediamo se e come sviluppo e protezione dell'ambiente possono essere resi compatibili, riconoscendo che dobbiamo scegliere fra sacrifici ambientali e limitazioni demografiche.
Occorre inoltre tener presente che il bilancio deve essere globale poiché globali sono i meccanismi che trasportano gli effetti locali su tutto il pianeta. Dai dati raccolti dall'organo consultivo delle Nazioni Unite, l'Ipcc, risulta scientificamente provato il collegamento delle modificazioni del clima con l'aumento del contenuto energetico della biosfera, causato dall'effetto serra, per l'accumulo in atmosfera dell'anidride carbonica emessa dai combustibili fossili: carbone, petrolio, gas naturale, metano. È quindi stabilita senza possibilità di dubbio la responsabilità della crescita esponenziale per gli effetti dei consumi di energia, soprattutto per i mezzi di trasporto e per gli impianti termoelettrici. Il clima sembra quindi un termometro sensibile della febbre del pianeta e quindi anche delle conseguenze della pressione dell'uomo su di esso. È da molti anni che la scienza dimostra la urgenza di ridurre le emissioni di origine antropica.
Occorre stabilizzare le emissioni prima che si raggiunga il punto di non ritorno, oltre il quale non sarà più possibile impedire il collasso. Si cerca di utilizzare strumenti legalmente vincolanti, inseriti in accordi multilaterali come il protocollo di Kyoto promosso dalla Unione Europea. Mentre la scienza chiede la riduzione o almeno il rallentamento dell'accumulo di gas serra, le emissioni globali dell' Ue si sono ridotte oggi solo dello 0,6 % rispetto al 1990. L'Italia è in testa alla lista dei Paesi più lontani dall'obiettivo programmato. Invece di diminuire, le sue emissioni sono aumentate dell'11%. È ben vero che il gas naturale e il metano emettono, bruciando, meno anidiride carbonica del petrolio.
Ma, nella prospettiva globale, si potrebbe migliorare l'attuale situazione solo sostituendo una buona parte del petrolio che consumiamo oggi con il metano o con il gas naturale senza aggiungere nuovi consumi di metano o gas naturale a quelli del petrolio. Facendo nuovi impianti termoelettrici, incrementando i consumi dei trasporti con centinaia di altri Tir, attivando nuovi rigassificatori e nuovi cementifici, non rispettando, nella nostra regione, un impegno dell'Italia, pagheremo tutti, noi e i nostri figli, un prezzo troppo elevato nella qualità della vita e non solo nel rispetto internazionale. Continuiamo a pensare ad incrementare la disponibilità di combustibili fossili quando sappiamo che il "picco di Hubbert" sta a ricordarci che petrolio e gas finiranno.
Che ne faremo allora dei rigassificatori a Trieste se non è affatto chiaro come evolverà la produzione del gas e il mercato? Si sa che il consumo crescerà. Prevediamo che per qualche tempo ne avremo abbastanza ma ad ogni modo sosteniamo che per essere al sicuro occorrono un paio di rigessificatori e ne progettiamo una dozzina. E non si riesce a fare un piano energetico nazionale. Non sarebbe allora il caso di considerare che Trieste deve pensare al suo porto e che i suoi centri di ricerca potrebbero essere finaziati per progetti di nuove forme di utilizzo di energia. Ne abbiamo già esempi concreti. Le Eolie e l'isola di Capraia sono state scelte per un progetto innovativo che già dal 2007 dovrebbe alimentarle con fonti energetiche rinnovabili e renderle gradualmente autonome dai rifornimenti di combustibili fossili.
È già avvenuto il collaudo del Progetto Archimede nella centrale di Priolo Gargallo, dove si farà a meno delle energie da combustibili fossili utilizzando l'enegia solare raccolta da un sistema di specchi. Anche a bordo di una barca avvenirista, l'Adriatica, non vi sono più combustibili fossili, si usa solo energia solare ed eolica direttamente o trasformandola in idrogeno in mini impianti elettrochimici. E, finalmente, potremo concludere che il vero problema dell'umanità, oggi, è quello di un nuovo, più consapevole e maturo concetto di sviluppo compatibile. La compatibilità dello sviluppo deve includere ormai anche un rapporto corretto dello sviluppo non solo con l'ambiente ma anche con il tessuto sociale, riconosciuto come costituente principale dell' "ambiente" reattivo, a cominciare dall'informazione e dall'istruzione.
Per esere "compatibile" lo sviluppo non deve produrre squilibri e discriminazioni culturali ed economiche. I rischi per la sicurezza e gli impatti ambientali devono accettati consapevolmente dalla popolazione. I vantaggi devono essere ragionevolmente distribuiti anche a livello globale, prima che crisi drammatiche obblighino a ben altri sacrifici.
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