«L’Ue è contraria alla concorrenza fiscale»

Il docente di diritto internazionale Amadeo: «Per gli scali dell’Adriatico agevolazioni non sfruttate»

La sentenza di cui sopra un punto fermo lo mette, Porto vecchio a oggi è giuridicamente a posto, e anche in prospettiva secondo gli atti di pianificazione fin qui prodotti. Il problema è che intanto entrano in circolo ancora nuove proposte su quale dev’essere il suo futuro, che a taluni sembrano riportare le lancette a qualche decennio fa: attività commerciali grazie al Porto franco, una “borsa merci”, e perfino attività finanziarie “off shore”. Naturalmente salvaguardando il pattuito libero ingresso dei cittadini.

Stefano Amadeo, professore associato di Diritto internazionale all’Università di Trieste, è fra quelli che non solo hanno studiato la materia, ma che oggi manifestano forti perplessità di fronte a queste ipotesi «perché l’Europa tende a evitare la concorrenza fiscale fra Stati», perché «a Trieste non manca certo la libertà di commercio che i trattati del dopoguerra si preoccupavano in quel contesto storico di salvaguardare, ma i soldi e i traffici», e perché «esistono nuove normative che aprono possibilità di attivare col sostegno degli enti pubblici, senza che siano configurati come aiuti di Stato ormai proibiti, attività di scambio merci e passeggeri nell’Adriatico orientale, ma sono cose - dice - che bisogna conoscere molto bene, e anche sapersi accaparrare subito: solo chi lo sa fare sfrutta bene le norme e ne ha un guadagno».

Ma «se si pensa di far circolare capitali finanziari sottraendoli alla tassazione, questo oggi è proprio impossibile - afferma il docente -, e se poi ancora si pensa di usare il Porto franco per attirare merci da spedire verso gli scali del Nord, è altrettanto un’affermazione insensata, perché quelle merci, attraversando la Ue, dovrebbero comunque pagare dazi e tasse. Così parlare di nuovo di vantaggi nel traffico di merci ha senso unicamente se queste merci andassero dalla nostra zona franca a tutte le zone franche d’Europa, ma in questo senso Trieste non offre vantaggi specialissimi rispetto alle altre, e altri porti si sono molto ben sviluppati senza offrire queste garanzie locali. Perché è l’approccio economico che conta soprattutto. A me sembrano - aggiunge Amadeo - progetti campati per aria, o c’è una seria base di studio, con una valutazione economica seria e ben strutturata, supportata da pareri del governo e della Ue, oppure nell’attesa che si schiariscano le idee si finisce per non fare niente».

E così anche rispetto ai macigni che fino alla sentenza del Consiglio di Stato pesavano sulla realizzabilità di un completo restauro del Porto vecchio, e cioé le pretese che solo attraverso un’intesa con gli Stati firmatari dei trattati del dopoguerra fosse possibile “toccare” quel territorio, Amadeo mette una riga sopra: «Quei trattati volevano garantire un regime aperto per l’entrata e uscita delle merci, che oggi non è più impedito come allora, ma anche ammettendo che quella norma avesse ancora valore (e a me non pare) c’è da chiedersi: è di fatto esigibile da parte di quegli Stati? Oppure è caduta in desuetudine? E se fosse vigente, sarebbe più o meno liberale delle leggi Ue?».

Dalla somma di questi dubbi che consiglierebbero di guardare altrove per pianificare un conveniente futuro, il giurista ricava anche un ultimo e più generale pensiero: «Sempre a Trieste manca una “regìa”, si parla di rigassificatore ma anche di crociere, di Porto vecchio aperto alla città ma anche di regimi doganali, e cioé di cose che confliggono l’una con l’altra». (g. z.)

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