L’uomo appartato che amava i libri e le vite degli altri

 Il fiuto di scoprire nuovi talenti della scrittura e il gusto di realizzare le cose tramite gli amici. Per lui scrivere non era affatto importante, preferiva vivere. E non avrebbe abbandonato per nulla al mondo questa sua profonda, anomala convinzione. Letterati e aspiranti scrittori volevano stargli vicino perché il suo talento in qualche modo donava anche a loro una spina dorsale

«Guarda, non credi che quei due...» mi dice, lanciando un’occhiata furba ai due ragazzi seduti al tavolino più in là, lui con la cravatta nera e una giacchetta striminzita e lei con i capelli bianchi di sole.

«Quello lo conosco, viene spesso alla libreria...»

«Lo so chi è, ci siamo visti qualche volta a casa di A. Li invitiamo a sedersi con noi?» mi guarda con quel suo modo di stare in bilico sulle decisioni, un po’ spaesato e un po’ divertito.

«Non vorrai mica...?» ma lui li ha già chiamati e loro sorridono come se ci spiassero da sempre. Tutti da queste parti sanno del suo fiuto per scoprire nuovi talenti, e questi ragazzi sicuramente un qualche talento lo devono avere.

Lo capisco dal modo in cui iniziano a parlare: ci tengono molto a non recitare nessun personaggio, vogliono lasciarsi studiare, così che lui possa dire se hanno davvero qualche qualità capace un giorno, eventualmente, di trasformarsi in stile.

«E Esenin?» suggerisce lui, e intanto non smette valutare: il piglio del ragazzo, il gesto con cui lei si tocca il collo mentre dà forma alle idee.

Io so che sta valutando se loro possano essere o meno dei buoni soggetti per i suoi esperimenti di felicità coniugali, quelle che si diverte a creare e distruggere con la stessa naturalezza con cui sa incoraggiare il genio nel più borghese dei nostri concittadini.

Intanto i ragazzi provano i loro discorsi, finiscono ogni frase con una domanda, vanno cauti cercando un terreno comune – sedotti e lusingati dall’attenzione precisa che lui dedica ai loro pensieri.

In città chiunque scriva gli si vuole avvicinare, perché si dice che sia un ottimo suggeritore di inquietudini. Eppure attorno a lui non si genera nulla.

Forse, se fossimo a Milano o a Roma, diventerebbe il centro di un gruppo, di una conventicola, ma non qui. No, qui nessuno è così sciocco da prendere sul serio espressioni come “il ruolo dell’intellettuale” o “comunità letteraria”.

Difficilmente capita di vedere gruppi di uomini riunirsi attorno a un maestro da omaggiare, si tratta piuttosto di incontri tra singolarità sperdute che si riconoscono e condividono un gesto, un’ispirazione, nel migliore dei casi un’inconsapevole felicità creativa, molto spesso un inciampo.

Poi arriva sempre una donna e li porta via, al mare, in qualche stanza minuscola in Cavana, sulle strade in salita dietro via del Lazzaretto. Non è importante che loro ne siano innamorati, non li vedrai mai esercitarsi al corteggiamento.

Qui sono sempre le donne che prendono le decisioni, dopo aver lasciato il mare e i caffé con le amiche: arrivano, li scelgono e li portano via. Li prendono anche in giro, con leggera seduzione, e loro dimenticano ogni ritrosia poetica, ogni tentazione a considerare serio quel loro lavoro dell’animo.

È per questo che qui gli scrittori lavorano bene, perché mantengono un certo riserbo sulle questioni del talento e dell’ispirazione. Stanno in disparte, come fa lui che passa le sue giornate a letto, le lenzuola coperte da libri stranieri, e poi ogni tanto incontra qualcuno nei caffè.

Ora lo guardo mentre dà fiato a una conversazione che lo appassiona, e gli sale un rossore di salute sulle guance, gli si scompigliano i capelli.

Sua madre si commuoverebbe davanti a questo entusiasmo, lo stesso che tra qualche anno lo spingerà via da lei e dal suo buon giudizio, dalla loro casa in via Cecilia de Rittmeyer e dalle sue celebri mamellate, dalla città che pur gli rimarrà attaccata addosso e diventerà un’aura che nel resto della nazione facilmente gli attribuiranno: l’essere spaesato, la capacità di mettere in moto le cose dai margini, una certa ironia acuta e schiva.

Poi, a un tratto, me ne accorgo. Questo ragazzo che credevo di aver visto in libreria, lo conosco. È il marito della nostra giovane amica G.

E nel chiamarli qui con noi lui sta facendo quello che ha fatto con mio marito quasi un anno fa: un altro esperimento, nient’altro che questo.

Sta costruendo alla ragazza una biografia seducente, perché il ragazzo se ne innamori, le mette in bocca parole poetiche e spinge al largo i suoi pensieri timidi.

Le suggerisce di iscriversi all’università, è pronto a scrivere per lei un romanzo, delle poesie, una tesi di laurea... è una cosa che fa spesso per le persone che gli stanno attorno, proprio lui che per il resto non scrive nulla. E poi vuole farli innamorare.

Loro credono di seguirlo nella conversazione, ma non capiscono la vera direzione, e lui finirà per condurli senza che se ne accorgano. Come ha fatto con mio marito del resto, facendogli finire tra le braccia quella ragazza che poi si è traferita a vivere con lui a Graz.

Costruisce le vite degli altri per mancanza di vita propria, dirà qualcuno in seguito. Sospetto che anche per questo letterati e aspiranti scrittori vogliano stargli vicino, in qualche modo dà loro una spina dorsale, fa accadere le cose al posto loro.

E infatti, adesso che si sta facendo sera, i due ragazzi si sentono più forti: sostenuti dai suoi discorsi, accennano l’uno verso l’altra gesti audaci che qualche ora fa non si sarebbero concessi.

Non posso fare a meno di scoppiare a ridere, perché il suo talento nel complicare la vita degli altri è andato a segno ancora una volta.

Li guardiamo allontanarsi, il ragazzo che appoggia una mano sulla schiena della ragazza e ne cerca il sorriso e noi sappiamo che per altre strade se ne andranno stasera, arriveranno a casa tardi con qualche scusa e gli occhi luccicanti.

E io dovrei detestarlo perché ha fatto questo anche alla mia vita, a tradimento, il mio amico caro. Perché per lui ha sempre funzionato così, si innamora di una donna e deve darla a qualcuno, magari a mio marito. Per poi spingere me nelle braccia di qualcun altro.

Come molte altre volte, mi chino su di lui per spiare il suo sguardo malefico e ridere insieme di questo suo vizio di realizzare le cose solo attraverso gli altri; invece vi scopro un’ombra cupa, come il mare di notte.

Un presentimento vago lo coglie, lo stesso che tra qualche anno si trasformerà, anzitempo, in consapevolezza fatale: la certezza che per lui tutto si risolverà con un niente. Lui non lascerà nemmeno una traccia. Non scriverà.

E anche quelle poche pagine, che mi consegnerà un giorno di fretta e abbassando gli occhi, non significheranno poi molto, si vergognerebbe a vederle pubblicate.

Ci alziamo, si sistema la giacca e prova con me uno sforzo di sorriso per dissimulare quegli inconfessabili pensieri: lo sa benissimo di essere colui che ha pronunciato la celebre ammonizione – “scrivere non è importante”.

E in fondo è una debolezza cui non si abbandonerebbe mai, non riuscirebbe a cancellare la sua tendenza al distacco e al giudizio. Eppure scrive, in modo sotterraneo.

Mi abbraccia, mi bacia, mi raccomanda di stare in salute e di vederci presto.

Lo ripete due volte stringendomi la mano sul polso, perché di lui, sospetta, non rimarrà che questo. I suoi amici e quello spazio vuoto nel mezzo dove sta uno come lui, uno scrittore senza libri.

(Il disegno è di Massimo Jatosti)

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