Le ombre di Mario Scarpati: l’incisore napoletano con lo studio in via Diaz a Trieste
Conosciuto per i suoi “Cavalieri scortesi” è scomparo lo scorso 6 aprile: arrivò a Trieste nel 1994 con la moglie Elsa Fonda, annunciatrice Rai

«Dico sempre che appena uno nasce è già come se morisse lentamente. Io sono vissuto in un secolo passato». Mario Scarpati infatti sosteneva di essere morto il 23 gennaio 1939 – quando in realtà è venuto alla luce – e di essere nato nel Seicento. Ora invece se n'è andato per davvero. L'incisore, disegnatore e cesellatore napoletano, triestino d'adozione, è venuto a mancare il 6 aprile. La moglie Elsa Fonda, annunciatrice radiofonica della Rai nazionale, era scomparsa un anno fa.
Nato a Barra, nella periferia di Napoli, da madre casalinga e padre ferroviere e secondo di tre fratelli, Scarpati non ha mai dimenticato i primissimi ricordi della sua infanzia legati agli aerei liberatori che durante la seconda guerra mondiale bombardavano la sua città e la pioggia di cenere dell'eruzione del Vesuvio. Proprio in quel periodo si avvicinò all'arte: «Le bombe cadevano dall'alto e, spaccando le mattonelle, creavano delle incisioni che mi soffermavo a guardare con il lumicino».
Fu la madre ad iscriverlo all'Istituto d'Arte F. Palizzi di Napoli, nella sezione dei metalli. Diciottenne capì quale sarebbe stata la sua strada. «Mi sono avvicinato all'incisione per non cesellare più; con il bulino ho scoperto che facendo un graffio veniva fuori ciò che avevo in mente; e poi con la puntasecca lo perfezionavo. Da allora ho cominciato a incidere direttamente, a disegnare sul rame».
Terminati gli studi, giovanissimo, cominciò a insegnare, prima all'Istituto Statale d'Arte di Salerno e poi al IV Liceo Artistico di Roma. «Non è sufficiente che il professore porti in classe una bottiglia, e che poi tutti la copino. Uscire in strada e osservare, questo bisogna fare».
Fu proprio a Roma che incontrò la sua amata Elsa Fonda. «Alla Galleria Canova avevano raggruppato alcuni pittori, tra i quali c'ero pure io. Un amico mi presentò Elsa».
Nel 1994 seguì sua moglie, trasferendosi con lei a Trieste. Nel suo studio in via Diaz, di fronte al Museo Revoltella, Scarpati ha continuato a dare sfogo alla sua creatività. I suoi “Cavalieri scortesi” hanno girato il mondo e la sua arte è arrivata anche alla VI e VII Biennale dell'incisione contemporanea di Venezia e alla III Biennale e della grafica di Firenze.
Per trent'anni, inoltre, è stato componente dell'Associazione Incisori Veneti. «Può dare l'impressione di un artista morboso, oscuro, ossessionato – scrisse di lui Fonda – invece ama la vita». Mario Scarpati, o meglio “Il principe delle ombre”, amava ripetere: «I peccati sono quelli che non si fanno». L'ultimo saluto a Scarpati avrà luogo venerdì 17, alle 11, al cimitero di Sant’Anna in via Costalunga.
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