L’ex medico Cijan: «Sanità transfrontaliera tra Gorizia e Nova Gorica? Difficile armonizzare i due ospedali»

Cijan spiega: «Si può pensare a un sistema integrato per problematiche di sanità pubblica, ma occorre ragionare in maniera più ampia, mettendo in comune le esperienze cliniche»

Alex Pessotto
Mariano Cijan, ex medico di famiglia (Foto Tibaldi)
Mariano Cijan, ex medico di famiglia (Foto Tibaldi)

Mariano Cijan, la sanità transfrontaliera non sembra un modello d’integrazione tra Gorizia e Nova Gorica. Come la valuta?

«C'è pur sempre un confine. Si può pensare a un sistema integrato per problematiche di sanità pubblica (comunicazione di malattie infettive, incidenza di patologie oncologiche, scambi di informazioni su inquinamento atmosferico e delle acque, tanto per far qualche esempio), ma per quanto riguarda gli ospedali è difficile armonizzare il nosocomio di Gorizia con quello di Šempeter-Vrtojba: occorre ragionare in maniera più ampia, mettendo in comune le esperienze cliniche».

La lingua è un problema?

«No, la maggioranza del personale infermieristico e medico può dialogare in inglese da entrambe le parti. Le università ormai pretendono di parlarlo: è una lingua franca».

Non tutti i pazienti, però, parlano inglese.

«D’accordo, ma ci sarà pur sempre all’interno delle strutture qualcuno in grado di parlare italiano e sloveno».

Ma crede che gli italiani possano andare sempre più a curarsi in Slovenia e viceversa?

«La vedo molto dura, proprio perché ci sono due sistemi di ragionare a livello pratico ancora distanti. Mi riferisco al modo di gestire il singolo caso».

Lei, da ex medico di famiglia, ha suggerito a qualche paziente di curarsi in Slovenia?

«No, perché il nostro sistema è buono. In Friuli Venezia Giulia si possono avere risposte adeguate, anche se le criticità non mancano».

Al di là del discorso sanitario, l’integrazione tra Gorizia e Nova Gorica come le pare?

«Entrambe le città devono ragionare in grande, immaginando un solo territorio, ricostruendo in parte l’area dell’Arcidiocesi. Non c’è solo il confine tra Italia e Slovenia, c’è anche quello tra i singoli Comuni e si dovrebbe superarlo, tenendo conto che ogni volta che si mette piede fuori da Gorizia e Nova Gorica si incontra l’unicità culturale. Del resto, in passato non c’erano divisioni».

Però i tempi son cambiati.

«Sì, certo, ma occorre vendere, mettere in vetrina ciò che abbiamo di più prezioso. E noi possiamo vendere, mettere in vetrina la cultura, la storia che va dal 1001, l’anno in cui il nome di Gorizia è apparso per la prima volta in un documento, fino all’attualità. Inoltre, è importante evitare tutto ciò che è divisivo».

La cultura occupa un peso così determinante nel territorio?

«Sì, anche perché ce n’è tanta, con molti particolari da riscoprire e in grado di creare interesse nei visitatori. Go!2025 ne ha messi in luce parecchi e le sue iniziative culturali sono state decisamente buone. Occorre allora proseguire sulla stessa linea. Tra l’altro, a Gorizia ci sono più teatri, che hanno un pubblico non di poco conto: vuol dire che la proposta è valida».

Cosa fare per migliorare ancora?

«Creare una zona franca per dare “spazio” al territorio. I vantaggi economici non mancherebbero. Altrimenti, Gorizia finirebbe per rimanere chiusa in un cul de sac tra il confine e l’Isonzo».

Però la Zona franca è stata cancellata.

«Sì, ma non possiamo ridurci a diventare un paese. Quanti abitanti ha perso Gorizia negli ultimi vent’anni? Quanti giovani se ne sono andati? E ad andarsene è soprattutto la parte intellettuale della città. Un laureato qui non ha molti sbocchi».

Lei, insomma, spera in un ritorno della Zona franca?

«No, penso a stimoli nuovi, a far crescere industrie, strutture che possano dare lavoro di qualità».

Non siamo già sulla buona strada, anche grazie a Go!2025?

«Go!2025 dovrebbe approfittare e impadronirsi di questo sviluppo. Sì, il valore aggiunto della Capitale europea della cultura dovrebbe essere la creazione di una joint venture territoriale ampia. Il primo presidente del Gect Go, Franco Frattini, che è stato anche ministro, aveva parlato di Gorizia come di un polo interculturale e di collegamento tra le nazioni, almeno della Mitteleuropa e dei Balcani occidentali. Vedo che si sta lavorando per ottenere questo risultato».

E quanto manca per raggiungerlo?

«Dopo Go!2025, con quello che si è fatto e con la collaborazione delle università, non credo che debba mancare molto. Le spinte ci sono, la volontà c’è».

Ma Go!2025 com’è andata?

«Molto meglio di quello che si poteva pensare. Credo che il Comune abbia svolto il proprio ruolo in maniera egregia e lo stesso vale per le realtà con cui ha collaborato».

Vorrebbe una città unica?

«No, le due città devono parlarsi, ma partendo ognuna dalle proprie specificità. I due sindaci stanno lavorando bene».

Lei, il confine, come lo vive?

«Come sempre. Non mi ha mai creato problemi. Passarlo è come andare a casa di un’altra persona. Le regole vanno rispettate».

Non la disturba nemmeno il ritorno dei controlli, la sospensione dell’area Schengen?

«No, li trovo in qualche modo accettabili. Ognuno di noi deve cedere qualcosa per la sicurezza di tutti»

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