Minasi: l’antidoto ai nazionalismi è superare Dayton sotto la guida dell’Ue

ROMA. Se dovesse manifestarsi una fase di «glaciazione» nella vita dell’Unione «ne risulterebbe - a mio avviso - indebolita, per i popoli europei, la possibilità di esprimersi in maniera efficace e protagonista nella vita della comunità internazionale. Soltanto con l’Unione potremo trasformare le prove in altrettante opportunità. Penso, ad esempio, alla inclusione dei Balcani occidentali». Con queste parole il Capo dello Stato Sergio Mattarella si è rivolto agli ambasciatori italiani riuniti alla Farnesina per la loro XIII Conferenza. Ed è in questo spirito che si dipana la visione di quei Balcani occidentali di chi ogni giorno vi opera, come l’ambasciatore italiano a Sarajevo Nicola Minasi.
Ambasciatore, la Bosnia-Erzegovina è in ritardo rispetto agli altri Paesi dei Balcani occidentali sulla strada all’adesione all’Unione europea. Ma c’è la volontà politica di intraprendere questa via?
Uscita dalla guerra, la Bosnia Erzegovina sembrava il Paese dei Balcani che prima degli altri sarebbe entrato nell’Ue. In quel momento aveva anche l’ottimismo per crederci e guardare al futuro. Poi sono prevalse le logiche del nazionalismo divisivo, che privilegia i veti e l’ostruzionismo invece della collaborazione leale verso un fine comune.
La domanda però vale nei due sensi...
Sì, anche l’Ue deve decidere come sollecitare le riforme in una prospettiva europea credibile. Se l’Ue continua a spostare la meta o a sembrare indifferente, le forze locali avranno tutti gli incentivi a prolungare lo stallo.
La Republika Srpska si sta sempre più “omologando” alla Serbia, anche nei programmi scolastici. I croati chiedono di diventare entità. Forse Dayton non funziona più? Sarebbe da rivedere? La Comunità internazionale avrebbe la forza di gestire una Dayton 2?
Dayton ha avuto il merito di portare la pace, ma c’era l’aspettativa di cambiarlo dopo 5, massimo 10 anni, cosa che invece non è riuscita. Inoltre Dayton ha cristallizzato il concetto di “popoli costitutivi”, tratto dalla vecchia costituzione jugoslava (ma scomparso nelle altre ex-repubbliche), per cui la sovranità appartiene ai popoli oltre che ai cittadini. Nella realtà multietnica della Bosnia-Erzegovina questo complica i livelli istituzionali e riproduce in scala ridotta le difficoltà dell’ultima Jugoslavia.
La Commissione Ue però ha fatto qualche passo in avanti?
La Commissione Ue, nella sua recente Opinione sulla domanda d’ingresso nell’Ue, ha riconosciuto che la Bosnia-Erzegovina deve superare il sistema di Dayton. È un messaggio importante e dovremo arrivarci, ma solo se riusciremo a spiegare che questo non è incompatibile con i diritti civili e culturali delle varie comunità. Il sistema di tutele europee dei diritti umani può fornire il quadro di partenza per un cambiamento.
La Cina sta investendo molto in Bosnia, gli Usa lo fanno in Croazia (leggi Lng di Veglia) e i russi amoreggiano, peraltro ricambiati, con Belgrado. Una partita a scacchi complicata. Come si posiziona l’Europa?
Se è per questo la Cina sta costruendo il ponte di Sabbioncello in Croazia con fondi europei! Ma questo è il risultato dell’apertura dei commerci e della libertà di circolazione dei capitali, promosse prima di tutto dall’Ue e dall’Organizzazione Mondiale del Commercio. Il problema è come creare le condizioni per una crescita di lungo periodo legata all’Ue, pur lasciando entrare gli altri.
L’Europa però sta investendo nei Balcani occidentali...
L’Europa è il primo partner economico in assoluto, ma non è percepito come tale, perché non c’è ancora un quadro europeo preponderante per gli scambi regionali. In questo l’Italia ha un ruolo importantissimo da giocare, perché è il primo o secondo partner commerciale di tutti i Paesi dell’area: solo con la Bosnia-Erzegovina abbiamo un interscambio di 2 miliardi di euro l’anno e le imprese italiane danno lavoro a 12.000 persone. Centinaia di nostre imprese riescono a tenere aperte sedi e posti di lavoro in Italia perché nei Balcani dispongono d’impianti, energia e personale a prezzi interessanti. Le banche italiane hanno poi il 30% del mercato in Bosnia Erzegovina: se riuscissimo a mobilitare questi risparmi per la crescita del Paese ne guadagnerebbero anche le capogruppo, oltre che la stabilità dell’area.
Dal suo osservatorio privilegiato come legge la questione Kosovo che influenza gli equilibri dell’intera regione?
La questione del Kosovo è veramente cruciale e come mi ha detto un intellettuale di Sarajevo, «chi risolve il Kosovo, risolve i Balcani». Risolta la questione del nome per la Macedonia del Nord, è la mancanza di un accordo tra Belgrado e Pristina a creare ancora perturbazioni. Una soluzione creerebbe un rasserenamento anche in Bosnia Erzegovina, così come tra Croazia e Serbia. Ne guadagnerebbero tutti, anche l’Europa.
E come ci arriviamo?
Per arrivarci sarà utile costruire anche un rapporto nuovo, dove l’attenzione per l’area non sia sollecitata solo da minacce d’instabilità, ma sia basata su un'interlocuzione normale e costruttiva fra tutti gli attori. L'Italia, con i buoni rapporti che ha con ogni referente, può e deve fare la sua parte. —
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