A Monfalcone sempre più over 50 e italiani alla mensa gestita dalla Caritas
Don Flavio: «Nel 2025 una media di 61 utenti al giorno. Ora siamo tra i 60 e i 70 nonostante una quota sia passata all’assistenza a domicilio che prevede pure i pasti»

La mensa della Caritas è una lente per leggere il mondo. Ci trovi la persona single dal matrimonio spezzato e la difficoltà quotidiana dell’andare avanti in solitudine, il disoccupato che dopo l’impennata del costo della vita post Covid non è mai riuscito a rimettersi sui binari finanziari o l’invalido che con la pensione sociale mai, purtroppo, potrà permettersi l’acquisto di una casa a Monfalcone, dove il mercato immobiliare è dopato dai continui arrivi.
Non rende giustizia farlo, perché la mensa di via Mazzini, angolo via don Fanin, è davvero un microcosmo, un’antologia di vissuti variegati, ma la cronaca impone di abbozzarlo e il colpo d’occhio, ieri, pure: l’identikit del commensale medio è uomo, di mezz’età, italiano. Al netto delle ragioni personali, il minimo comun denominatore del trovarsi lì è quello. E lo conferma il parroco don Flavio Zanetti, che evidenzia la costante “pressione” della domanda di un pasto caldo in città. Anzi, consegna la tendenza di un incremento nell’ultimo biennio, sia a detta sua che degli habitué.
Il dato
«Nel 2025», spiega il sacerdote, «la media di persone accolte è stata di 61 utenti al giorno, quest’anno invece si oscilla tra i 60 e i 70 assistiti».
Un dato in crescita perché nel frattempo, spiega Zanetti, «grazie al notevole impegno dei Servizi sociali per diversi cittadini che prima venivano qui, spesso in ragione dell’età o delle patologie, è stata attivata la prestazione del pasto domiciliare, sgravando la struttura». Dunque a fronte di posti a tavola liberati, i numeri, tuttavia, sono rimasti quelli, anzi risultano lievemente aumentati in alcune giornate, sintomo di un fabbisogno elevato.
Lo staff dei volontari
Attorno a mezzogiorno, don Remo si destreggia nella distribuzione dei pasti che arrivano caldi e vanno somministrati: è un direttore di sala che non fa un plissé, anche se la sua vocazione è stata altra e alta.
Lo aiutano tre volontari fissi, che si alternano dalle varie parrocchie, e un paio di uomini che sono avviati al lavoro, col tirocinio, dai Servizi sociali. Tutti gentili, solleciti e pure lesti nel rispondere alle esigenze, dal bicchiere d’acqua alla spolverata di cacio sul piatto. Il menù, ieri, appetitoso: gnocchi al ragù, coscia di pollo alla piastra, fagiolini. L’alternativa vegan: pasta al pomodoro, burger vegetali, patate prezzemolate. Pane, ovviamente.
La platea
«Si mangia abbastanza e spesso avanza anche per la cena, così si riesce almeno a coprire l’intera giornata», spiega un commensale, italiano, di 45 anni: «Il servizio è migliore rispetto a quello dei frati di Montuzza o della Caritas a Trieste».
A incidere sulle situazioni di fragilità, dal suo punto di vista, è «il tema della casa: se non hai una stabilità o un salario adeguato, i soldi se ne vanno tutti lì, nell’affitto». E la struttura di via Natisone, meglio oggi o prima? «Per me prima, ma non posso escludere che ad altri vada bene», risponde. Il vicino, di 58 anni, sempre italiano, inoccupato con sussidio di invalidità, spiega: «Arrivare al 31 del mese è un’impresa, ma oggigiorno già al 10 si entra in affanno». La pensione? Ancora lontana, per tanti dei convitati. «Eppure», riflette, «quando cominciai io, nel 1985, vedevo andar via la gente dopo 35 anni di lavoro, a 52-53 anni... Altri tempi».
Lui un tetto ce l’ha, vive «con la sorella», ma se volesse una propria autonomia non se lo potrebbe permettere: «La casa è diventata un problema sociale. Vede, quando ho iniziato io a frequentare questa mensa, c’era la metà delle persone oggi sedute. La domanda è raddoppiata e vedo sempre i tavoli pieni». Insomma, se il servizio reso da don Remo finisse su Tripadvisor le recensioni sarebbero altissime: cinque stelle. Al tavolo c’è anche una donna con un bel maglione arancione, che si sposa ai suoi capelli argento: «Il motivo per cui sono qui? Prendo 600 euro di pensione. Le basta come risposta? Penso di aver detto tutto».
Ma poi racconta i suoi 63 anni di vita, confidenze personali che è giusto restino tali, ma fanno capire come, anche da una famiglia che si spezza, la vita possa prendere una deriva. «Se faccio la visita pneumologica, mi partono 122 euro, per quella neurologica che mi serve per rinnovare la patente altri 110 e il budget per quasi metà se n’è andato. Mi sono mangiata», conclude, «i risparmi di una vita per pagarmi l’alloggio in attesa di una casa Ater». Poco più in là c’è Massimiliano, dagli occhiali fucsia, che racconta come la mensa sia anche socialità: «Ho allacciato le casse per portare un po’ di armonia, da Cocciante ai 4 Non Blondes, ma sono sparite...».
L’appello
E poi c’è Piero T., che chiede di poter parlare per lanciare un appello al Comune: «Sono invalido al 75% e ho tante patologie, ma con i 200 euro a disposizione non riesco a trovar casa a Monfalcone. Il dormitorio è chiuso, ma non è una realtà facile in cui stare. Bisogna provare per capirlo. Attualmente sto in un affittacamere in via Valentinis (pagato dai Servizi, ndr), ma le temperature lì sono basse e ho avuto già quattro bronchiti. Chiedo che mi sia assegnato un alloggio Ater, al pianterreno, perché faccio fatica a camminare, e spero che qualcuno accolga la mia richiesta». In gioventù, faceva il lavapiatti, ora non può più. Anche lui ingrossa la fila alla mensa della Caritas di via Mazzini.
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