Morcone: «La rotta balcanica? Sì, è stata sottovalutata ma questo non autorizza a buttar via le persone»

L’ex prefetto punta il dito contro i respingimenti in Slovenia: «Una terra civile come il Fvg non può ricorrere a metodi così ruvidi» 
Mario Morcone, in una foto d'archivio. ANSA/CESARE ABBATE
Mario Morcone, in una foto d'archivio. ANSA/CESARE ABBATE

TRIESTE Le persone non si buttano via. Mi aspetterei uno sforzo maggiore da questo punto di vista anche da parte della Regione Friuli Venezia Giulia». Parole dure quelle di Mario Morcone sul tema della rotta balcanica e su quello dei «respingimenti», come preferisce chiamarli il prefetto, mentre l’assessore regionale Pierpaolo Roberti usa il termine «riammissioni», citando gli accordi bilaterali con la Slovenia e dunque affermando il diritto delle barricate sui confini in questa fase di emergenza sanitaria. Ma Morcone, direttore dell’ente umanitario Cir, Consiglio italiano per i rifugiati, già capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione al Viminale nell’era dell’accoglienza diffusa, non ci sta. E lo dice a chiare lettere.



Prefetto Morcone, assistiamo al risveglio della rotta balcanica. Se l’aspettava?

Tema delicato e, purtroppo, un po’ sottotraccia.

Possiamo parlare anche di sottovalutazione?

Assolutamente sì. Tanto più tenendo presenti le indagini di agenzie qualificate, tra cui l’Alto Commissariato per i Rifugiati, che ci informano da tempo di quello che accade davvero nei Balcani. Ma quello che non mi convince, oltre alla distanza rispetto a quel tipo di approfondimenti, è l’ingiustizia in certi atteggiamenti.

Si riferisce alle riammissioni in Slovenia?

Possiamo anche chiamarle così, ma sono in realtà vere e proprie forme di respingimento. Di fronte alle notizie che arrivano dai Balcani, meglio sarebbe essere più aperti, direi più generosi. E invece si è eccessivamente ruvidi.

A chi si riferisce?

A chi mostra di non conoscere studi molto espliciti sulle persone sfortunate che arrivano in Fvg. E decide di buttarle via in maniera molto decisa. È una questione su cui si dovrebbe riflettere molto di più.

Ci sono però degli accordi che consentono le riammissioni.

Sono accordi datati. Ma, al di là di questo, non mi pare giusto trattare le persone senza tenere conto dei loro diritti. In regione, tra l’altro, c’è una storia di accoglienza e sensibilità che contrasta con quello che stiamo vedendo negli ultimi mesi.

Il riferimento è alle scelte della politica?

Sì. Tutto dipende dalle scelte della politica.

Non crede che quelle scelte siamo motivate dal rischio di diffusione del contagio?

Si deve certamente stare molto attenti. In Serbia e in altri Paesi extra Ue l’infezione sta galoppando e non sottovalutiamo alcunché della pandemia. Ma la procedura per il monitoraggio delle condizioni di salute dei migranti e per l’eventuale quarantena è ben definita. Una cosa è assumere le precauzioni necessarie a contenere il coronavirus, un’altra è buttare via le persone senza rispetto per la vita e per i diritti.

È un atteggiamento che vede anche nella giunta Fedriga?

Una regione civile come il Fvg si dovrebbe sforzare di avere comportamenti di generosità. Ne emergerebbe migliore, non peggiore.

Ma dove mettere i rifugiati?

Le strutture per l’accoglienza non mancano.

Andrebbe ripristinata l’accoglienza diffusa?

Ne sono sempre stato un sostenitore. Una volta accertato che queste persone non portano alcuna infezione, l’accoglienza diffusa è l’unica strada. Nessun dubbio che ci si ritornerà. —




 

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