Morta Amelia Leban la maestra di piano di Elisa

È spirata a 93 anni nelle braccia del figlio Cristiano, artista del “Quadraio” Aveva tirato su generazioni di talenti musicali nella casa di via 25 Aprile
Di Tiziana Carpinelli

Chi l’ha conosciuta, chi è passato per quella stanza sempre gonfia di note in via 25 aprile, sa che lei era una maestra “vecchio stampo”. Capace di infilarti la matita tra le scapole per farti mantenere la schiena dritta. Davanti alla tastiera, certo, ma anche e soprattutto nella vita. Per questo in un lampo, ieri, la notizia che Amelia de Carvalho, vedova Leban, all’età di 93 anni ci ha lasciato ha fatto il giro della città. Per casa sua, generazioni di monfalconesi, più o meno talentuosi, sono passate. E la più brillante, oltre che celebre delle allieve, cioè la cantante Elisa, fresca di nozze, ha digitato il primo messaggio di cordoglio, a poche ore dal fatto, in quel micro e macro cosmo ch’è Facebook. Parole sincere di affetto, sgorgate dal cuore. Che oltre 33.700 persone, a ieri sera, avevano condiviso con un “like”.

È stata lunga la vita di Amelia Leban, che lascia il figlio Cristiano, artista e artigiano con una vetrina (Il Quadraio) in via Oberdan, ma senz’altro piena di entusiasmo, armonia nel senso più ampio del termine. L’anziana è spirata lunedì poco dopo le 19 nelle braccia del figlio, che da tempo la accudiva nella sua casa a Ronchi. Lucida e autonoma fin negli ultimi anni di vita, nel 2013, per via d’una brutta caduta, aveva iniziato ad accusare i primi contraccolpi. Oltre a Cristiano, lascia Laura e Giulia, nuova e nipote. I funerali si terranno domani alle 11, con rito di commiato alla chiesa del cimitero di via 24 maggio. La salma arriverà dalla cappella del camposanto ronchese. Poi verrà trasferita a Trieste per la cremazione.

Era un amore, quello per la musica, a prima vista. Già da bimba Amelia de Carvalho (la famiglia era di origini brasiliane e forse il senso del ritmo era nel dna) aveva espresso il desiderio di arrampicarsi sulla tastiera per imparare a domarla. Così il padre l’aveva fatta studiare e in tempo di guerra, come ci racconta Cristiano Leban, suonava oltre che nei complessi «anche nelle orchestrine per allietare gli occupanti militari». Proprio in quelle atmosfere belliche aveva conosciuto Carlo, pure con la passione per le note, geometra, che poi avrebbe sposato. Un’unione salda, ma spezzata dal lutto, nel 1991. Amelia Leban non era solo insegnante di musica, ma anche maestra sui banchi di scuola. A lungo aveva lavorato alla Battisti di Staranzano, seguendo pure il Coro di voci bianche col quale, tra gli anni ’60 e ’70, aveva strappato il mitico Microfono d’argento nientemeno che al coro dell’Antoniano. «Era una maestra “vecchio stampo” - ricorda il figlio -: anch’io, alla tastiera, mi sono preso qualche bacchettata sulle mani. L’amavo e sono molto scosso». Nel libro scritto da Elisa Amelia viene descritta come «una persona eccezionale», la «colonna portante del mio fragile metodo di studio». Rivedendosi 15enne, la cantante riporta le sue emozioni. «Mi ricordo il rumore - così in un passo di “Un senso di me” (Rizzoli) - della sua unghia che batteva il tempo sul tavolo, la sua inventiva per insegnarmi a essere puntuale - e io non sono mai stata puntuale -, le ciabatte per non rovinare il parquet, la sua resa davanti al mio essere testardamente e disperatamente deconcentrata quando mi chiedeva di suonare e cantare per lei una mia canzone». «E ha fatto quel passo verso di me - continua -, ha capito che avevo bisogno di sapere dell’armonia perché volevo scrivere (...). Mi viene in mente nei momenti più lontani, mentre sto salendo sul palco del Forum, il suo viso dolce e severo, insieme agli occhi di mio nonno, e al suo pollice alzato in aria per dirmi che va sempre bene così, qualunque cosa “così” sia. Lei mi ha dato tanto». Ma anche Amelia Leban non aveva scordato quell’allieva speciale. «Insieme guardammo Sanremo, l’edizione in cui Elisa vinse - spiega Cristiano -. Ricordo mia madre che ogni tanto metteva su il primo disco (donato dall’artista, ndr) per ascoltarlo». Chissà che armonie ci sono, lassù.

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