Morte Fakir, il corteo nelle strade di Trieste: traffico paralizzato da Barriera alle Rive
Scese a non più di 50 le persone presenti. Gli agenti in tenuta antisommossa schierati a protezione della zona della Questura

Iniziano in cinquanta, proseguono in meno di cento, finiscono in trenta. Il corteo di oggi pomeriggio, 30 luglio, organizzato dai gruppi antifascisti e antagonisti dedicato alla drammatica morte di Abderrahim Fakir, avvenuta a Bologna durante un’operazione di polizia, al di là delle motivazioni, consegna questo dato: una media di cinquanta o sessanta manifestanti ha di fatto bloccato il centro, a fasi alterne, per oltre due ore. Traffico in tilt da piazza Garibaldi-largo Barriera, dove è cominciato il presidio, fino a corso Italia-largo Riborgo dove il tutto si è concluso.

D’altronde le premesse per possibili scontri con la polizia e i carabinieri, o comunque problemi di ordine pubblico, c’erano eccome considerando lo scenario internazionale e nazionale. E, soprattutto, il motivo della protesta: la tragedia del decesso di Fakir con la conseguente ondata di sdegno e le proteste innescate, a cominciare da quella violenta di Bologna.

La questura ha quindi preso sul serio il corteo. Numerosi gli agenti (Digos compresa) e i militari dell’Arma, con rinforzi dei Reparti mobili e dei Battaglioni in tenuta anti sommossa, fatti arrivare a Trieste per arginare eventuali disordini. E numerose anche le pattuglie della polizia locale che hanno dovuto gestire i contraccolpi sulla viabilità.
Alla fine non si sono verificate particolari tensioni. Ma il rischio c’è stato in tre occasioni: in via Oriani e in via Carducci, quando alcuni passanti hanno urlato parole poco gentili all’indirizzo dei manifestanti. Poco c’è mancato che si arrivasse alle mani. E, si sa, è facile che poi in simili circostanze la situazione degeneri.
Il terzo momento, potenzialmente foriero di guai, si è verificato quando un dirigente della questura, a un certo punto, in piazza Goldoni, si è trovato a contatto ravvicinato con gli antagonisti. Il funzionario è stato allontanato con urla e minacce.
Al di là di questi episodi, tutto è filato liscio tra slogan contro le forze dell’ordine e attivisti che intervenivano al microfono per spiegare le ragioni della protesta. «Giustizia per Fakir sappiamo chi è stato», si leggeva sullo striscione bianco tenuto in testa al corteo. Dove “stato” va letto come “Stato”: il grande nemico, oggi, delle varie anime antagoniste e antifasciste, incarnato dalla divisa. Dalla polizia. Dai carabinieri.
«Ciò che è successo a Bologna è gravissimo – ha affermato un manifestante al microfono – è stata ammazzata una persona dalla polizia, dinnanzi agli occhi dei sanitari. Dovevano intervenire. Una persona che ha avuto una crisi psichica è stata uccisa».
Così un’altra partecipante al corteo: «La sicurezza non si costruisce con la polizia e la camionette. Come pensate di togliere i migranti dalle strade? Con i manganelli o creando opportunità di integrazione?».
Non sono mancati i toni aggressivi e volgari, e anche di sfida, nei confronti degli operatori delle forze dell’ordine, additati come «assassini». Toni che i passanti non hanno incoraggiato, tutt’altro: «Siamo con voi», ha detto a un certo punto una signora, in via Mazzini, rivolgendosi a un agente. E lui: «Grazie, le vogliamo bene».
Mentre il corteo si dirigeva verso largo Riborgo, la polizia e i carabinieri hanno cinturato la zona della questura, chiudendo via del Teatro Romano fin dal passaggio di piazza della Borsa con una linea di blocco formata dai mezzi blindati. Il questore Lilia Fredella, alla fine, è venuta a ringraziare personalmente i poliziotti e i carabinieri per il loro servizio.
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