Moschea in via della Maiolica: faro di Cisint anche su Trieste
Nel mirino dell’eurodeputata leghista anche il centro islamico di via Settefontane. «Ricevo segnalazioni dai cittadini, verificheremo se la struttura è in piena regola»

La moschea Ar-Rayan di via della Maiolica e il centro culturale islamico Said Nursi di via Settefontane finiscono sotto la lente di Anna Maria Cisint. L’ex sindaca di Monfalcone e animatrice della lotta alla radicalizzazione ha inviato al Comune di Trieste – come trapelato al Piccolo da fonti comunali e poi confermato dalla diretta interessata – richiesta di accesso civico per ottenere informazioni sullo status urbanistico e sulla destinazione d’uso delle due strutture frequentate dalla comunità musulmana triestina. «Rispetto chi professa la propria fede, ciò detto – è netta l’eurodeputata leghista – le leggi vanno rispettate: verificheremo se la destinazione di quei luoghi è conforme o meno».
Le tre moschee chiuse a Monfalcone erano solo l’inizio. Dopo i casi sollevati a Padova, Susegana e Roma, la leghista non molla la sua personale crociata contro le “moschee abusive” e accende ora il faro sulla comunità islamica triestina, presente in città almeno dal 1732. Nel mirino di Cisint ci sono la nuova sede del centro culturale Said Nursi, operativa da circa un anno in via delle Settefontane 28, e la sede dell’associazione culturale e comunità islamica in via della Maiolica 17, il cui piano terra dal 2015 (dopo il trasloco da via Pascoli) ospita il luogo di culto noto come moschea Ar-Rayan.
Due strutture che negli anni non hanno evidenziato irregolarità – peraltro le operazioni di ristrutturazione e destinazione degli immobili all’epoca furono monitorate dall’amministrazione comunale – ma che, sostiene la leghista, ciononostante sarebbero state comunque oggetto di «segnalazioni da parte dei triestini, esattamente come già avvenuto a Padova con la moschea di via Turazza, che aveva creato problemi di sicurezza». Rispetto al contenuto delle segnalazioni per via della Maiolica e via delle Settefontane, glissa: «Al momento – precisa – siamo in una fase informativa e non voglio accusare nessuno».
Nei giorni scorsi l’eurodeputata ha così inviato una richiesta di accesso civico al Comune, per acquisire documenti utili a valutare l’eventuale presenza di irregolarità urbanistiche o amministrative nelle due strutture. Il modus operandi è lo stesso che per le tre moschee di Monfalcone, dove alla fine il Consiglio di Stato ha dato ragione all’ex sindaca: «L’Italia è uno Stato di diritto, ci sono leggi che vanno rispettate», ribadisce, riferendosi quindi alla «mancata attuazione dell’articolo 8 della Costituzione», che prevede intese tra Stato e confessioni religiose diverse dalla cattolica. Ciò detto, «Trieste non mi risulta tra i luoghi maggiormente attenzionati» da questo punto di vista: «Abbiamo dovuto fare la richiesta – afferma – per capire come stanno le cose rispetto allo status degli immobili, solo un’informazione: se i centri risulteranno in regola, e se la comunità è integrata, tanto di cappello».
Al momento nessuna risposta sarebbe stata fornita dagli uffici comunali. Resta il dato di un ulteriore offensiva nella personale campagna politico-mediatica contro la “radicalizzazione” che l’esponente leghista da tempo ha iniziato a esportare oltre i confini monfalconesi, tanto più in una Trieste ormai prossima al periodo elettorale. Dopo l’iniziativa “Sì vela, no velo” tenutasi in mezzo agli stand della Barcolana (nonostante la regata non fosse stata coinvolta), Cistint e le colleghe Sardone e Ceccardi sono tornate alla carica appena una settimana fa, rilanciando la loro lotta dal palco della Stazione Marittima. —
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