Multa da 60 milioni: Maneschi pronto a lasciare Trieste e l'Italia

Italia Marittima ha comunicato ai sindacati che in caso di conferma di una sanzione fiscale da circa 60 milioni di euro sposterebbe la sede legale e le attività in un altro paese dell'Unione Europea. L'allarme dei parlamentari del Pd
Una unità di Italia Marittima al Molo VII di Trieste
Una unità di Italia Marittima al Molo VII di Trieste

La taiwanese Evergreen, uno dei più importanti gruppi armatoriali mondiali, nel cui impero navale opera la compagnia Italia Marittima (ex Lloyd Triestino), valuta l’opportunità di lasciare l’Italia: di tale intenzione l’azienda ha informato un paio di settimane orsono le rappresentanze sindacali, che, a loro volta, hanno allertato i loro esponenti regionali.

A conferma della gravità della situazione, ieri mattina Cgil-Cisl-Uil hanno incontrato i parlamentari del Friuli Venezia Giulia: dai senatori “dem” Lodovico Sonego, Francesco Russo, Giorgio Brandolin l’impegno a muoversi sia in sede parlamentare che nei confronti del governo per risolvere le ragioni che motivano l’alzata di scudi da parte dell’armatore asiatico. Tutto origina, secondo quanto riporta una nota dei tre parlamentari democratici e secondo una ricostruzione di parte aziendale, da una sanzione di 60 milioni di euro comminata dalla Guardia di Finanza in seguito a un accertamento eseguito presso il quartier generale triestino di Italia Marittima in Passeggio Sant’Andrea.

Il 16 gennaio scorso alcune Fiamme Gialle hanno iniziato una serie di controlli durata fino al recente ottobre, contestando alla fine - secondo quanto riferito da fonti aziendali - un’errata applicazione della cosiddetta “tonnage tax”. E qui occorre una sommaria spiegazione politico-normativa: con la legge 30/1998, per consentire allo shipping italiano di adeguarsi alla gran parte delle flotte mondiali, fu approvata l’istituzione del registro internazionale, che permise il ritorno in patria di molte navi, in precedenza battenti bandiere di comodo. Governava il centrosinistra: premier era Romano Prodi.

Alcuni anni dopo, con il decreto legislativo 344/2003, questo processo di adeguamento normativo-tributario venne completato con l’adozione della “tonnage tax”, ovvero un regime fiscale “a forfait” basato sulla stazza e a prescindere dal trasportato, applicabile a navi che esercitino traffici internazionali. Governava stavolta il centrodestra: premier Silvio Berlusconi. Detto questo, riprendiamo il filo della narrazione. La Gdf, sempre secondo fonti aziendali, avrebbe eccepito che la peculiarità internazionale della tassa scatta quando la nave si trova nelle acque territoriali di un Paese straniero.

Quando invece l’unità opera fuori da tale contesto, la stessa unità sarebbe assoggettata al regime fiscale ordinario nazionale, quindi in sostanza deve pagare l’Irpef. La Gdf ha computato i giorni di navigazione “extra-territoriali” e su di essi ha calcolato la salatissima sanzione ammontante a 60 milioni. Italia Marittima ha subito interessato Confitarma, che a sua volta si è rivolta al ministero competente per ottenere un’interpretazione autentica: niente da fare, il verbale dovrà fare il suo corso, e quindi andrà all’Agenzia delle Entrate. Taiwan vuole venirne a capo ma intanto ha trasmesso un segnale inquietante: tre unità, inizialmente destinate alla flotta di Italia Marittima, andranno invece a rafforzare la controllata britannica Evergreen UK, probabile candidata ad accogliere la flotta battente bandiera tricolore, se le cose dovessero precipitare.

Con queste premesse Pierluigi Maneschi, presidente di Italia Marittima e “storico” rappresentante del gruppo taiwanese in Italia, ha convocato i sindacati e, come si diceva, li ha informati del “sentiment” di Evergreen. La nota, diffusa dai tre senatori del Pd, scrive esplicitamente che Italia Marittima «nel caso della conferma della sanzione sposterebbe la sede legale e le sue attività in altro Paese comunitario».

Sonego, Russo, Brandolin rammentano e commentano che «la sanzione, se confermata, annullerebbe del tutto l’efficacia della “tonnage tax” che fu introdotta circa dieci anni orsono per consentire alla marineria italiana di non subire un’indebita concorrenza da parte del naviglio di altri stati comunitari». Dal vertice di Italia Marittima nessuna dichiarazione ufficiale su un dossier esplosivo, che potrebbe rappresentare un precedente pericoloso per altre compagnie che operano in regime di “tonnage tax”. Nessuna dichiarazione ma un elenco di cifre assai significative.

Dal 1998 - ovvero da quando il Lloyd Triestino venne privatizzato e ceduto a Evergreen - l’armatore di Taiwan ha investito sull’acquisto italiano l’equivalente di 900 milioni di euro. Italia Marittima fatturerà nel 2014 circa un miliardo e 500 milioni di euro: l’azienda calcola che si tratti del 6,50% del Prodotto interno lordo della Regione Friuli Venezia Giulia. Un fatturato in ripresa, che in ottobre ha già pareggiato il conto con i ricavi dell’intero 2013, anche se i bassi noli frenano la redditività della compagnia, che lavora con una flotta complessiva di 46 fullcontainer. Italia Marittima ha quasi 400 dipendenti: la metà sono triestini.

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