Nel crac Diaco perdono il lavoro marito, moglie e genitori

Oltre alla giovane coppia, nell’azienda fallita lavoravano anche la madre di lei e il padre di lui «Abbiamo un bimbo e un mutuo da pagare, i soldi della cassa integrazione non arriveranno a breve»

Hanno perso il lavoro, e in un colpo solo, lei, lui, la madre di lei e il padre di lui. Stamattina, mentre una città intera sarà in festa, i giovani coniugi Monica Bernardi e Gabriele Perentin - mamma e papà di un bimbo di tre anni e mezzo - e i loro rispettivi genitori saranno uno di fianco all’altro, in piazza della Borsa, assieme agli altri dipendenti dei Laboratori biomedicali Diaco Spa, per urlare la loro rabbia e la loro paura verso il futuro. Per far sapere - da un presidio bello numeroso di neocassintegrati armati di striscioni - che no, nella seconda domenica d’ottobre, Trieste non ha una sola faccia. Ce n’è un’altra che non ride, non può farlo.

In una società nella quale ormai ci si è abituati al fatto che i trentenni in difficoltà siano aiutati dai genitori, il fallimento della costola triestina del gruppo di Pierpaolo Cerani genera dunque il suo caso-limite che sovverte questi schemi. Già, perché in questo “caso” non erano solo marito e moglie - un mutuo da pagare e un figlio da crescere - a lavorare assieme nello stabilimento di via Flavia. Lo facevano per l’appunto anche la madre di lei e il padre di lui. Coloro i quali, per definizione, rappresentano le “stampelle” qualora se ne presenti l’amara necessità.

«Io sono entrata in azienda nove anni fa, mio marito quattro prima di me, ci siamo conosciuti là dentro», racconta Monica Bernardi, che ieri ha impiegato la mattinata per preparare alcuni striscioni che saranno esposti al vento, come fossero vele di Barcolana, alle 10 di oggi in piazza della Borsa, in occasione della manifestazione di protesta dei lavoratori Diaco. La scelta di manifestare proprio nel giorno più sacro dei triestini, però, fa capire la stessa Bernardi, non nasce da una voglia, acida, di rovinare la festa agli altri. È anzi il momento migliore per sperare di farsi sentire: «Chissà, magari mentre noi saremo in piazza della Borsa, in un’occasione così speciale per la città, sarà più facile che passi qualche politico importante, il sindaco per esempio. O, magari, visto che alla Barcolana partecipano così tanti imprenditori, anche non triestini, chissà che qualcuno non noti che c’è un’azienda da rilevare, e sana dal punto di vista produttivo, fallita solo per mala gestione...».

Ogni giorno che passa, in effetti, se da un lato si avvicina il momento in cui arriveranno i primi assegni dell’Inps, dall’altro cresce il timore di ritrovarsi a camminare in un vicolo cieco. E le impellenze incombono. «Sappiamo - aggiunge la Bernardi - che gli aiuti arriveranno. Ma sappiamo anche che, probabilmente, la cassa integrazione, pur con effetto retroattivo, difficilmente l’avremo prima del nuovo anno. E noi, per intanto, non abbiamo ricevuto neppure lo stipendio di settembre, che ci avrebbe dovuto riconoscere il datore di lavoro, ma che non arriverà, posto che i conti sono stati bloccati. Come se non bastasse, le carte che attestano che siamo in attesa della cassa integrazione non saranno disponibili subito (il 18 in Regione si firma la richiesta per il ministero, ndr) e per questo non potremo bloccare altrettanto subito le rate del mutuo. Una, almeno, la dovremo pagare adesso, nonostante tutto».

La signora Perentin non inciampa in pianti greci, ma dispensa dignita. Anzi. La sua, giura, «è forse una delle situazioni più critiche ma non è mica l’unica. Ci sono ultracinquantenni che con la cassa integrazione e la mobilità non riusciranno comunque a maturare il diritto alla pensione, altri giovani che hanno avuto figli da poco tempo, eppoi c’è chi è separato, o vedovo. Noi, negli ultimi anni, abbiamo fatto il possibile per aiutare l’amministrazione a far fronte alla mancanza di liquidità dovuta ai ritardi nei pagamenti delle fatture dei nostri creditori. Abbiamo rinunciato ai premi-presenza, ai trenta minuti di pausa. Abbiamo persino accettato di lavorare due ore gratis, o subito ferie forzate. Tutti questi sforzi si sono rivelati vani. Ed eccoci qui, in mezzo alla strada».

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