Nella casa padronale c’è un caro estinto: il Porto vecchio

Ci sono città che si svelano quasi subito al visitatore. Già dal primo colpo d’occhio ci si può fare un’idea della loro storia, delle persone, del modo in cui vi si vive. Non è il caso di Trieste. Questa città resta, anche al secondo colpo d’occhio, piena di segreti. È una città ricca di fascino, di stimoli, ma non invadente. Chi vuole, deve scoprirla da sé.
Per chi si appresta dunque a conoscerla, Trieste appare assai più grande di quel che il numero dei suoi abitanti lascia supporre. Le ampie strade a quattro corsie, i numerosi e bellissimi palazzi, la grandiosa piazza dell’Unità, la vastità del vecchio e del nuovo porto, gli invitanti e affascinanti caffé, le rinomate imprese come Generali e Illy: ci sono moltissime cose che testimoniano della grandezza, della grandiosità triestina.
Eppure la città non ha nulla di pretenzioso e si presenta gradevolmente rilassata. Non c’è frenesia, nessuno rincorre una sorta di “turbo” dolce vita. Nonostante la sua generosità estetica, nonostante le sue magnifiche opere architettoniche, Trieste non ha nulla di mondano. Il che è un bene. Girando per la strada non si vedono limousine di lusso o persone esageratamente agghindate. Io, per lo meno, ne ho viste poche. Quello che invece ho notato, sono le persone che chiedono l’elemosina. Mi dicono, che da quando è scoppiata la crisi, il loro numero è aumentato considerevolmente. Che questa città abbia conosciuto tempi di grande benessere lo si vede subito. Oggi, invece, percorrendo le sue strade, non è facile comprendere se Trieste economicamente è in crisi, oppure se la cava. Certo, tenendo conto della congiuntura generale, si propenderebbe più per la prima ipotesi.
Ho come l’impressione che la città cerchi di nascondere agli occhi del visitatore i suoi problemi, affinché possa godere appieno delle sue bellezze. E di queste ne ho scovate parecchie. Bellezze non solo per gli occhi, ma anche per il palato. Un’esperienza veramente mozzafiato è stata la vista panoramica di Trieste dalla strada Napoleonica. Vista da lì, pare che la città allarghi le sue braccia per dare il benvenuto al mare e a tutto ciò che dal mare arriva.
Si dice che a Trieste si mischiano le culture. A dire il vero non so se si mischiano veramente. Io ho più l’impressione che convivano pacificamente, l’una accanto all’altra. A darne testimonianza sono le quattro religioni con i loro imponenti luoghi di culto, così come le minoranze nazionali e culturali. Ci sono città che respingono o emarginano lo straniero. Trieste è una città che li accoglie. Mi sembra che qui ognuno possa trovare la sua collocazione, possa essere se stesso. Sarà anche per questo che Trieste ha sempre attirato molti stranieri, che poi decidevano di restarci per un certo tempo, in questa città veramente singolare. E alcuni di loro l’hanno anche ripagata ampiamente.
Quello che mi affascina di questa città è il coesistere, fianco a fianco del porto e delle scienze, del commercio e della letteratura, delle religioni e delle lingue. Una coabitazione particolarmente intrigante è quella della città moderna, pulsante con il Porto Vecchio, che ricorda una città dei morti. Per usare un paragone visivo – molto azzardato ammetto – mi fa venire in mente la casa padronale di una grande famiglia, dove in una stanza si trova la salma del nonno, già in fase di decomposizione. Tutti i membri della famiglia sanno del nonno morto che riposa nella stanza appresso, ma continuano a vivere, come se nulla fosse, la loro vita. Sanno anche, che gli devono molto, ma nessuno ha il coraggio di affrontare la situazione. Solo che, a differenza del nonno passato a miglior vita, la città potrebbe riportare il porto a nuova vita, trasformarlo per esempio in una “stanza per i bambini”. Ma visto che Trieste è riuscita, nonostante la sua movimentata storia, a non diventare una sorta di museo statico, sono convinto che riuscirà un giorno a trovare anche una soluzione per il suo, un tempo orgoglioso, Porto Vecchio. C’è solo da sperare che quel giorno non sia troppo lontano.
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(la prima puntata del “diario” triestino del collega tedesco Karl-Heinz Feisenmeier del “Badische Zeitung”, ospite al Piccolo per tre settimane, è stata pubblicata il 16 aprile)
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