Nuovi “sbarchi” di migranti a Gradisca

GRADISCA. Due trasferimenti a settimana, per un totale di 100 persone ogni tre, quattro giorni. Potrebbe essere questa, secondo fonti della Polizia d Stato, la frequenza con cui gli immigrati sbarcati sulle coste di Lampedusa saranno trasferiti al Centro di prima accoglienza istituito da pochi giorni al Cara di Gradisca. Nel primo pomeriggio di ieri sono giunti nella struttura parallela al Cie altri 50 cittadini eritrei (atterrati all'areoporto di Ronchi dei Legionari), dopo i 40 identificati nei giorni scorsi. Come i loro connazionali, non saranno sottoposti al prelievo delle impronte digitali, ottenendo un semplice documento di libera entrata e uscita dalla struttura. Una mossa che, nei giorni scorsi, aveva prodotto un solo risultato: nessuno degli eritrei si era più fatto rivedere al Cda-Cara. Situazione che potrebbe ripetersi nelle prossime ore. Secondo il regolamento di Dublino, gli immigrati dovrebbero chiedere asilo nel primo Paese dell'Unione Europea che li identifica. Ma la stragrande maggioranza degli eritrei non intende chiedere asilo nel nostro Paese. La possibilità di ottenere lo status di rifugiato qui non è così elevata e il lavoro, cosa ben nota, scarseggia anche per gli autoctoni. Ecco perchè i profughi cercano di raggiungere il Nord Europa.
Intanto c'è un clima di apparente ritorno alla tranquillità al Cie di Gradisca dopo le tensioni dei giorni scorsi. Rimangono estremamente preoccupanti le condizioni del 35enne marocchino gravemente ferito dopo la caduta dal tetto della struttura mentre tentava l'evasione. Un altro ospite ha ingoiato per protesta una lametta da barba ed è stato ricoverato al nosocomio di Gorizia. Episodi che continuano a suscitare reazioni accese. L'Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) chiede al governo di chiudere la struttura, «da tempo quasi interamente inagibile, di cui è rimasto attivo un solo “braccio”. In questa condizione di degradazione della dignità umana - prosegue l'Asgi - i trattenuti passano il loro tempo, spesso molti mesi, in una condizione di totale vuoto e spaesamento, con evidenti ripercussioni sulla loro salute psico-fisica. Ampio risulta l'uso di psicofarmaci. Le visite effettuate hanno evidenziato la presenza di numerose situazioni di trattenimenti che giungono alla soglia massima dei 18 mesi».
Ieri l'associazione Tenda per la Pace ha organizzato un'assemblea pubblica davanti alla Prefettura di Gorizia, mentre sabato potrebbe avere luogo una manifestazione di protesta davanti al Cie. Domani la parlamentare Serena Pellegrino (Sel) terrà - sempre dinnanzi alla struttura - una conferenza stampa. Nel frattempo all'ex Polonio sono state bloccate le vie d'accesso al tetto, occupato a lungo dagli ospiti in queste giornate di protesta.
E sulla delicata situazione torna a farsi sentire anche il sindaco della cittadina isontina, Franco Tommasini, che preannuncia un'accelerazione nell'organizzazione di un summit («comunque già programmato da tempo») con parlamentari e amministratori: «Ma la politica ci ha ascoltato troppo tardi. È stato necessario un episodio di tale gravità per risvegliare molti dei nostri rappresentanti. Siamo da sempre contrari all'apertura del Cie e continueremo a batterci per la sua chiusura. Ad ogni modo - sottolinea - la popolazione può stare tranquilla perchè la vicinanza di Prefettura e Questura e la professionalità delle forze dell'ordine ancora una volta stanno riportando il tutto per quanto possibile alla normalità». Interviene sul caso-Cie anche il parroco di Gradisca, don Maurizio Qualizza: «I tristi avvenimenti di queste ore devono farci riflettere ma anche dire qualcosa sulla disumanità di queste strutture. La dignità della persona va salvaguardata sempre e comunque. Al tempo stesso va manifestata solidarietà a forze dell'ordine e operatori che lavorano fra mille difficoltà all'interno del Cie».
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