Porto vecchio, una legge più attuale sul Punto franco

È allo studio uno strumento normativo che possa adattarsi alle caratteristiche di Portocittà dove le persone potranno circolare liberamente
sterle trieste porto vecchio
sterle trieste porto vecchio

Nessuno apertamente vuol dirlo, ma dietro le quinte si sta mettendo mano a uno strumento di legge per creare una nuova fisionomia economico-commerciale a Porto vecchio. Facendo convivere il restauro “civile”, marinaro e direzionale che fin qui ha pubblicamente sostanziato i contenuti della concessione a Portocittà, con le potenzialità di Punto franco, finora (visti i ruderi), microscopicamente usate.

Non un “off shore”, come la Camera di commercio prospetta con desiderio, con defiscalizzazione per attività finanziarie da piccolo paradiso fiscale (che in effetti avrebbe serissimi ostacoli nel governo italiano e nella Ue), ma uno strumento - par di capire - del tutto nuovo, che ricavi dalle norme esistenti un profilo adattabile alla realtà di oggi e soprattutto di domani, pur facendo base sui vincoli del famoso Trattato di pace del ’47, recepiti dalle leggi nazionali successive e anche da quella sui porti, ma finora poco messi a profitto. Fermo il fatto che il recinto di Porto vecchio non potrà comunque essere chiuso a chiave, e presidiato dalla dogana.

Lavori in corso, dunque, e ben più di un annuncio diffuso dal convegno organizzato a Roma dall’Autorità portuale e dalla Camera di commercio. Il cui senso era tuttavia proprio questo: ribadire l’esistenza del Punto franco in quell’area (e in effetti c’è per intero) e la volontà di «sfruttarlo». Preferibilmente sull’area che si affaccia direttamente al mare. O addirittura per favorire i porticcioli da diporto, attraendo così un flusso turistico straniero più imponente.

Il nuovo strumento normativo potrebbe diventare una legge parlamentare oppure un decreto legge come esito di un processo decisionale iniziato in Regione, ed estendere i suoi benefici anche al Porto nuovo.

Comunque i 64 ettari, di cui 44 in concessione a Portocittà per 70 anni, sono tutti e fino all’ultimo vincolati come Punto franco (“porto” e “punto” qui coincidono), e in quanto istituto giuridico non se ne può diminuire l’ampiezza: trasferire “in toto” il Porto franco vuol dire dunque rendere disponibili altrove ai traffici internazionali 640 mila metri quadrati. Forse un po’ meno visto che Adriaterminal ha comunque una concessione che supera l’anno 2020, e fino a scadenza resterà operativa lì dove sta.

Proprio adesso il Consiglio di Stato ha detto la parola finale contro l’ipotesi che, in virtù dei trattati, si possa pretendere un profilo extraterritoriale per quell’area, tesi che solo gli aderenti all’associazione Porto franco internazionale hanno continuato a propugnare.

«Sul destino del porto vecchio leggiamo posizioni vaneggianti - scrivono i consiglieri comunali del Movimento 5 stelle, Paolo Menis e Stefano Patuanelli -. Monassi invita a “non perder tempo”, ma non è lei la presidente dell’Autorità portuale che dovrebbe portare le aziende a collocarsi all’interno delle aree portuali, sfruttando i vantaggi dei punti franchi? E il sindaco continua a parlare di sdemanalizzazione e non ha ancora capito che il Punto franco può essere solo spostato in altra sede ma non ridotto nella sua estensione. La zona del Porto vecchio - concludono i consiglieri - deve essere valorizzata per la peculiarità del Punto franco, potrebbe essere la sede ideale di qualsiasi azienda di produzione o operante nel settore della cantieristica nautica».

Riproduzione riservata © Il Piccolo