Profughi, tutte le rotte portano a Gorizia Arrivano anche da Venezia e Roma

Tutte le strade portano a Gorizia. Tra i profughi passati dall’Austria, c’è anche chi è arrivato in città dopo essere stato prima a Roma o a Venezia. «Sono arrivato in Italia perché in Turchia mi hanno detto che rispettate i diritti umani e che vi comportate bene con i rifugiati. È a quel punto che ho deciso di venire qui; prima pensavo di andare in Germania». Zahid Hussein viene dal Pakistan. Dice d’avere 31 anni, ma non ne è sicuro. Con un movimento orizzontale della mano aggiunge: «Forse ne ho 32»; nel suo paese non è importante. È uno dei migranti “scesi” nei giorni scorsi a Gorizia dopo essere passati dall’Austria. Percorsa la Rotta balcanica, anziché proseguire verso nord, Zahid ha scelto di piegare a sud. Come lui, in città ne sono arrivati una dozzina. Tutti in treno. Nessun in gruppo. Sono giovani e, tecnicamente, hanno viaggiato da soli. Lungo il percorso hanno trovato dei compagni occasionali con cui condividere un pezzo di strada e da cui, di volta in volta, separarsi all’occorrenza. Non avere legami stretti permette di accelerare un viaggio comunque lungo e difficile.
Zahid non dimentica la traversata dalla costa turca all’isola di Kos: 30 persone su un gommone. Il motore si è spento poco dopo la partenza. Per fortuna sua e degli altri, il mare era calmo. Alla fine, i naufraghi sono riusciti a raggiungere la Grecia a remi.
«È stato terribile e duro. Spaventoso», dice ricordando che è fuggito dai talebani lasciandosi alle spalle una mogli e tre figli. Una volta ad Atene ha risalito l’Europa dell’Est attraverso Macedonia, Serbia e Ungheria prima d’arrivare in Austria. Due settimane fa si trovava alle porte dell’Ungheria dove ha passato una notte in un campo profughi.
«C’erano solo tende, pioggia e fango. Ho trovato famiglie fuggite da Siria, Iran e Iraq. Era pieno di donne con bambini piccolissimi. Una situazione orribile». Salito su una macchina, ha attraversato il confine e lo ha fatto senza problemi: «I poliziotti ci hanno invitati a prendere un treno che poi ci ha lasciati a circa 4 chilometri dall’Austria. Camminavamo gli uni accanto agli altri. Potevi andare solo in una direzione. Era come stare dentro un fiume».
In Austria ha trovato un’altra tendopoli e il giorno dopo ha preso un altro treno, diretto, questa volta, a Roma. Era arrivato in Italia, ma nella capitale, la polizia gli ha detto che se ne doveva andare. Ha vagato per la Città Eterna finché ha trovato qualcuno che parlava pashtun e gli ha consigliato di tornare a nord. Destinazione: Gorizia.
Nemmeno il percorso di Noor Mamad è stato lineare. Afghano, 25 anni, mostra le cicatrici che gli sono rimaste sulle braccia. Se le è procurate entrando in Bulgaria. Nemmeno lui aveva mai sentito parlare del capoluogo isontino. C’è arrivato per caso.
Dopo aver elemosinato per due giorni i soldi necessari per il biglietto del treno «in una grande stazione austriaca», si è ritrovato a Venezia dove una donna gli ha regalato 10 euro «per mangiare qualcosa e andare a Gorizia».
La provvidenza ha guidato anche Abdul Majid. Pakistano trentunenne, ha lasciato la sua terra l’8 luglio. Come gli altri, anche lui è in fuga dai talebani. «I confini difficili sono stati quelli di Iran, Turchia e Bulgaria. Una volta in Austria ho dovuto decidere cosa fare e l’istinto mi ha detto Italia», racconta nascosto sotto un cappuccio.
Muhammed Emir, 20 anni, era invece sposato da soli tre mesi quando i talebani hanno sterminato la sua famiglia d’origine. Nel suo paese non si sentiva più sicuro. Portata la moglie a Karachi, se ne è andato. A finanziare questo suo viaggio della speranza e della disperazione sono stati i soldi dello zio. «In Austria, molti mi hanno detto di non chiedere asilo lì, ma di farlo in Italia». Così ha fatto. Una volta a Udine ha preso il treno per Gorizia, però la soddisfazione per essere arrivato alla meta non cancella dai suoi occhi il rammarico: quello di aver trascorso troppo poco tempo accanto alla sua sposa.
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