QUANDO IL PREMIER DICE BASTA

Era ora che Prodi avocasse a se la questione delle pensioni. Qualcuno ricorda le decisioni del conclave di Caserta? Ecco: tra quelle decisioni c'era anche il riconoscimento del ruolo dirimente che l'ultima parola del presidente del Consiglio avrebbe avuto se e quando i ministri non si fossero trovati d'accordo.


Quello delle pensioni è un caso evidente di disaccordo sia tra le componenti della maggioranza, sia tra i ministri che hanno titolo di intervenirvi. Questa evidenza si trascina da settimane, se non da mesi, e dunque ben più tempestivamente Prodi avrebbe dovuto trovare, lui in prima persona, una conclusione. E per molti motivi.


Intanto per un motivo estetico. Non si tratta solo di forma. Lo spettacolo di ministri con posizioni diverse, e che espongono queste diversità parlandosi attraverso le dichiarazioni alle agenzie e le interviste ai giornali non scredita solo l'immagine di coesione e di efficienza che il governo dovrebbe avere, ma sollecita strumentalizzazioni e, dunque, irrobustisce la difesa degli interessi in gioco perché ogni organismo rappresentativo ed ogni corporazione troverà un membro del governo sulle cui pubbliche posizioni poter appoggiare le proprie richieste e le proprie argomentazioni. La confusione così diventa massima, come massima infatti è diventata la confusione sulla questione delle pensioni. Un secondo motivo è il discredito che investe i singoli ministri quando si fanno trascinare nelle polemiche o, peggio, quando devono recedere da posizioni inizialmente assunte.


Il caso più eclatante sulla questione delle pensioni è quello del ministro dell'Economia il quale, entrato nel governo per la sua lunga esperienza, anche internazionale, come banchiere centrale, si è trovato a dover cambiare posizione non si sa più quante volte. Senza passarle in rassegna tutte, basterà ricordare che, quando il flusso delle entrate cominciò a superare ampiamente quello previsto, sostenne che l'eccedenza doveva essere impiegata a riduzione del debito. Poi si è dato un abito più "politico" dichiarando che non si sarebbe fatto costringere nella camicia di forza della Commissione europea che aveva chiesto la destinazione integrale di quelle disponibilità al consolidamento della finanza pubblica. Da ultimo, quando ormai è chiaro che di quella eccedenza appena un quinto (per ora) rimarrà per la destinazione sollecitata dalla Commissione, si ritrova a dover andare a Bruxelles per giustificare non solo l'esiguità dell'impegno verso il riequilibrio dei conti pubblici, ma soprattutto la circostanza che la maggior parte di quelle disponibilità verrà impiegata per aumentare la spesa previdenziale il cui onere è già il più elevato in Europa e che, per i noti motivi demografici, costituisce in prospettiva un inquietante fattore di destabilizzazione. Tutto questo va detto non solo e non tanto perché sia sbagliato. Anzi, gli ultimi dati sui consumi che ristagnano dicono che, per ragioni di politica economica oltre che di equità sociale, è opportuno ripristinare potere d'acquisto per le categorie più disagiate e, dunque, per quanti percepiscono le pensioni più basse e che, per questo motivo, non potrebbero trarre vantaggio da una riduzione delle imposte. Va detto soprattutto perché è, o sarà, il risultato finale di un processo confuso e contraddittorio che si è svolto deragliando più volte da un filo logico che, fin dall'inizio, avrebbe potuto e dovuto segnare la meta da raggiungere ed il percorso da seguire, senza aprire (se non all'interno del governo) estenuanti discussioni sulla destinazione del "tesoretto", senza proclami sulla Commissione europea, senza alimentare attese destinate ad essere deluse, senza arrivare ad un risultato che sembra più il cedimento a pressioni populiste che una operazione di equità sociale e, insieme, di politica economica.


Ora deciderà Prodi. Ci sono le condizioni perché decida in fretta dal momento che sulle pensioni minime un accordo è facile e sul cosiddetto "scalone" una soluzione equa può essere trovata una volta che il problema sia stato ricondotto a quello che in realtà è una volta depurato dalla stratificazione di pregiudiziali, questioni di principio, minacce di crisi che lo ha appesantito e stravolto: un problema che interessa un numero di persone relativamente limitato gran parte delle quali rimarrà spontaneamente al lavoro solo se sarà loro assicurata la libertà di smettere in qualsiasi momento lo vorranno. Comunque Prodi si prenda le sue responsabilità, decida in fretta, e poi si parli di altro.

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