Quando l’arrampicata diventa arte

L’arrivo a Selva, la diffidenza dei valligiani e gli incarichi da commissario prefettizio
1863-1897, Turin, Italy --- The Mole Antonelliana in Turin. The building was begun in 1863 as a synagogue and completed by the city of Turin. --- Image by © Harald A. Jahn; Harald Jahn/CORBIS
1863-1897, Turin, Italy --- The Mole Antonelliana in Turin. The building was begun in 1863 as a synagogue and completed by the city of Turin. --- Image by © Harald A. Jahn; Harald Jahn/CORBIS

Sono le nove di sera del 18 di ottobre. Rientro a casa che è già buio, Giorgi sarà ancora in paese a giocare a carte e ascoltare le chiacchiere dei ragazzi. In fondo è uno simpatico, e non mi dispiace essermi sistemato qui da lui. Tra di noi è nata subito una specie di empatia da animali solitari: mi rasserena sentirlo la sera tardi armeggiare con la legna e poi lucidare gli scarponi, sistemarli vicino alla stufa dove gli piace trovarli al mattino, ammorbiditi dal tepore che di notte rimane.

A quest’ora della sera e in questo silenzio, posso ammettere che l’arrivo qui a Selva non è stato dei più felici. Gli amici mi dicono che è per via delle montagne, che sento la nostalgia delle mie Giulie e delle pareti della Val Rosandra. Ma non è questo. Una certa malinconia mi ha sempre colpito, anche a Trieste, anzi, forse è stato proprio questo sentimento così marino a spingermi verso la montagna. E lo so bene, anche tra le rocce io mi esalto e patisco, ne sono attratto e ho paura.

Qui però mi capita, più spesso di quanto non sia opportuno, di ritrovarmi pensoso su un sentiero che non mi sono accorto di aver imboccato e il tramonto mi coglie sempre più di frequente da solo sulle cime. D’altra parte qui non sono in molti quelli che vogliono tenermi compagnia, né in un’ascesa né al tavolo della cena. Coloro che mi mostrano un po’ di simpatia, a parte i paesani ignari, sono gli uomini come Giorgi, che amano la montagna ma non sono dei grandi alpinisti. Con le altre guide nessuna confidenza, tanto meno amicizia.

In parte ci sono abituato, perché a Misurina è stato lo stesso. Per un lungo periodo ho faticato ad avere dei clienti laggiù: arrivavo dalla città, mi ero appena licenziato dai Magazzini Generali e avevo bisogno di lavorare, ma era come mi stessero alla larga. Per qualche giorno ho creduto che la diffidenza verso di me fosse dettata dal mio essere di fuori, uno che non poteva dire di avere l’aria delle Dolomiti nel sangue e non parlavo nemmeno lo stesso dialetto. Così per settimane ho arrampicato da solo, qualche volta sono saliti da Trieste i miei amici Severino e Giorgio e hanno constato increduli la vita isolata che facevo.

Giorgio mi scrive che devo guardarmi dagli invidiosi, che le altre guide mi evitano perché io arrampico da “artista”, ma sono solo sciocchezze. Dice che a irritarli è la mia convinzione che una parete vada ascesa nel modo più semplice, seguendo la verticale disegnata da una goccia d’acqua che cade dalla cima. È il mio modo di arrampicare e non posso farci niente. Io credo invece di non essere abbastanza bravo come maestro di sci, e questo in qualche modo li rende diffidenti anche per le ascese in parete.

Qui a Selva per molti mesi ho faticato a lavorare. Così mi sono rifugiato nell’attività didattica, ho preso a fare conferenze in giro per la nazione e mi è venuta perfino l’idea di mettermi a scrivere. Mi è quasi parso di riuscirci, ma anche quella è stata un’illusione e ho capito che nel regno spirituale c’è una porta chiusa per me.

Ho cercato allora di tornare alla montagna, perché il momento dell. ’ascesa è l’unico che mi liberi davvero: sicuramente per via dell’aria, dei colori, della calma che mi infonde la parete. Ma soprattutto perché mentre arrampico, e non quando arrivo alla cima, credo di stare nel mio spazio di vita.

Però qui a Selva è difficile. Ho ceduto alla lusinga della nomina a commissario prefettizio, qualcuno dice che l’ho cercata con metodo ingraziandomi la gente del paese, e invece a me sembra che la gente quaggiù fatichi a darmi confidenza. In certe ore della sera mi prende l’angoscia di aver fatto tutto sbagliato: sono diventato un uomo d’ufficio, uno che viene chiamato a tenere discorsi e che si presta a essere fotografato.

Sono andato a Torino per la Mostra della montagna, solo per rimediare qualche soldo e invece me ne sono tornato con l’epiteto di “uomo mosca”, triste ma vero.

Mi sono vergognato a tal punto per quella mia imbarazzante esibizione che non ho avuto il coraggio di salutare e me ne sono andato di nascosto.

Passano giorni interi senza che io arrampichi, e avverto con terrore che questa malinconia dell’animo mi impigrisce. L’ultima uscita è stata cinque giorni fa, ho sfiorato un pericolo mortale: mentre salivo, a pochi metri da me, è caduto il fronte di una cresta. In quell’istante brevissimo mi ha attraversato la mente il pensiero che non avevo pagato la polizza di assicurazione sulla vita. Poi lentamente, senza ammetterlo a me stesso, ho iniziato a cambiare direzione di salita, allontanandomi dal fronte crollato. E questo non per paura, ma perché ho avvertito una sorta di cedimento nell’istinto di salvezza che tante volte mi ha permesso di portare a termine un’ascesa nonostante il freddo, gli infortuni, i materiali sbagliati.

Per la prima volta ho provato quel senso di nausea e di orrore che, lo so bene, accompagna l’attrazione per il precipizio e non sono più stato tanto sicuro che, potendo scegliere tra la via sicura e un rischio mortale, il mio istinto mi avrebbe condotto inevitabilmente a scegliere la prima.

Sento Giorgi rientrare, si sporge a chiedermi di accompagnarlo domani pomeriggio nei prati della Vallunga, dove c’è anche una scuola di roccia. Penso una scusa, ma fatico a trovare un appiglio. Lui dice che verrà anche la sua amica Lina: «Ci vediamo alle dodici al bar dello Stella, portiamo le chitarre, vedrai che ti diverti».

È a questa parola che mi ritraggo. Divertirsi è sempre stato per me un verbo difficile, programmatico, e al solo sentirlo mi nasce il timore di non essere all’altezza – di non saper divertirmi, specialmente in montagna. Ma il sorriso franco e onesto di Giorgi, da uomo di pianura, mi conquista.

E poi non credo di riuscire a sopportare un altro pomeriggio di inedia e vigliaccheria, lontano dalla montagna, con nelle vene solo il ricordo sbiadito di quella ragazza che se ne è andata nella mia Trieste.

Accetto e mi ritiro a dormire. Sogno, un sogno che al mattino avrò dimenticato. Sono su una parete facile, un terzo grado scarso, e la sto discendendo per recuperare gli amici. Scendo dandomi la spinta con i piedi, ma non sembra finire più, il prato sotto è verde e distante. Poi ad un tratto, il cielo si apre e un sole fresco viene a illuminare la roccia. Mi accorgo in quel momento che il cordino cui mi sono frettolosamente agganciato è di un colore diverso dai miei, più scuro, come se fosse rimasto a inzupparsi d’acqua per ore. Stacco una mano dalla parete e provo a sentirne la consistenza, ma appena lo tocco si sbriciola tra le mie dita.

Rimango lì, miracolosamente appeso alla roccia, con i piedi puntati e la dolomite che brilla, e penso che adesso vorrei un tè caldo e un bel sacco da bivacco per riposarmi, e la bella biondina che mi è sfuggita verso il mare. E poi c’è un urlo mostruoso sopra la mia testa e io sento il vuoto, ma senza nausea, senza peso.

Nel sonno, penso che è solo uno dei tanti sogni che ho fatto molte volte, quelli che poi al mattino si raccontano tra gente di montagna, per stringere un legame contro la morte.

Mi chiedo se le storie sognate diventino mai reali. Ma io sono un ingenuo e questa è una vecchia questione, credo.

(Il disegno è di Massimo Jatosti)

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