La rettrice di Trieste: «Così il dialogo con la società chiude il cerchio della conoscenza»
Come sta cambiando la comunicazione da parte del mondo accademico: parla Donata Vianelli, rettrice dell’Ateneo di Trieste

«Fare terza missione non è un'attività accessoria: è il punto di arrivo della ricerca». Donata Vianelli, rettrice dell'Università di Trieste, apre la nuova pagina universitaria del Piccolo ribaltando un luogo comune che in accademia non è ancora del tutto superato: la comunicazione non è un optional per chi produce conoscenza, è il punto in cui il lavoro di ricerca si compie davvero. Quella che oggi si chiama terza missione - il dialogo con cittadini, imprese, chi fa politica - non è una colonna aggiuntiva rispetto a ricerca e didattica, ma parte integrante di entrambe.
Quando cammina per la città, ha la sensazione che i triestini sappiano cosa accade in laboratori e aule dell'università?
«Di strada da fare ce n'è ancora, ma negli ultimi anni abbiamo moltiplicato seminari, lezioni aperte, eventi sul territorio. La chiave è trasformare ciò che è tecnico e difficile in qualcosa che la cittadinanza possa davvero capire. Non è semplificazione: è una traduzione».
Trieste Next, Notte dei Ricercatori: quanto servono questi appuntamenti a dare il senso di una comunità scientifica coesa, e quanto rischiano di restare momenti eccezionali destinati a esaurirsi con il weekend?
«Secondo me ci presentiamo davvero coesi, e i cittadini lo percepiscono. Questi eventi hanno sempre un filo conduttore che i ricercatori interpretano ciascuno dalla propria prospettiva - scientifica, umanistica, sociale. La partecipazione che vediamo non è solo curiosità: è come se la nostra comunità accogliesse la città in una festa. Un dialogo ricco, che si avvicina alla vita di ogni giorno».
La terza missione è entrata nei criteri di valutazione degli atenei, eppure molti ricercatori la vivono ancora come qualcosa che si fa se avanza tempo. È un problema di incentivi o di cultura accademica?
«È vero che nella valorizzazione delle carriere la ricerca e la didattica pesano ancora di più. Ma la direzione è chiara: il ministero ha cominciato a riconoscere la terza missione e ci stiamo muovendo verso una valutazione che terrà conto anche dell'impegno pubblico e sociale. Soprattutto, però, dobbiamo cambiare prospettiva: fare terza missione non significa aggiungere un'intervista o un seminario in coda a tutto il resto. Significa riconoscere che la ricerca si completa solo quando entra in dialogo con la società. La comunicazione non è la terza colonna: è la chiusura del cerchio».
Comunicare la scienza significa però anche fare i conti con l'incertezza: i risultati sono provvisori, i tasselli mancano, ma il pubblico tende a cercare certezze. Come si gestisce questo equilibrio?
«Il ricercatore ha il compito di dire dove è arrivato in quel momento, ma anche di raccontare i limiti di quella ricerca e indicare dove si andrà. La scienza non è un catalogo di certezze assolute: è un processo continuo che avanza proprio grazie ai dubbi. Pensiamo alle scoperte archeologiche - ogni risultato apre nuove domande. Raccontarlo così, con onestà, è già un atto culturale importante».
Avete appena lanciato i primi Mooc: corsi gratuiti, aperti a tutti, da qualsiasi dispositivo. È l'università che esce dai propri confini?
«È esattamente questo: trasferire la conoscenza a chi non può frequentare l'università o vuole approfondire un tema per curiosità. Anche questo, alla fine, è terza missione».
Da rettrice lei è anche il primo volto pubblico dell'istituzione. Come ha costruito il suo rapporto con la comunicazione?
«La comunicazione, per me, parte dall'autenticità: mi presento per quello che sono. Porto l'orgoglio di guidare questa università con serietà, cercando sempre di accorciare le distanze con il territorio. Il mio registro varia - a volte è più emozionale, a volte più tecnico, a volte più politico - ma io resto sempre la stessa. E alla fine credo sia proprio questo che funziona». —
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