Rozza: «Trieste deve puntare sull’economia del mare»

TRIESTE Se esistesse un modello matematico applicabile alla sorte, Gianluigi Rozza, professore ordinario di analisi Numerica e calcolo scientifico alla Sissa, avrebbe scoperto poco dopo la laurea al Politecnico di Milano, che ci sarebbe stata Trieste – solo sfiorata per gli obblighi di leva - nel suo destino. Avrebbe scoperto che una sfida accettata quasi sette anni fa, con la prospettiva di diventare un professore di punta in un’importante università europea e, soprattutto, dopo 12 anni di studi all’estero, si sarebbe trasformata in un sogno realizzato. Più che un sogno, «dopo sette anni di studi matti e intensi, la certezza di essere a capo di un team di 20 persone di diversa provenienza, inserito in un network territoriale reattivo e in un ecosistema scientifico che ci alimenta».
«Fu l’allora direttore della Sissa Martinelli a convincermi a venire a Trieste – racconta Rozza -. Nel contesto di un progetto per il rientro dei cervelli in Italia, mi stimolò l'obiettivo di creare qui una divisione di matematica applicata, la volontà di riorganizzare i dottorati, la possibilità di attivare collaborazioni a diversi livelli con il territorio e, soprattutto, la forte progettualità e la possibilità di plasmare e finalizzare le azioni da intraprendere a seconda della nostra visione. Il vero plus di Trieste e della Sissa è proprio la visione scientifica di alto livello e la capacità di fare innovazione, sapendo uscire dagli schemi e trovando una risposta nel mercato. In poche parole, la capacità di fare ricerca applicata».
Il professor Rozza, lodigiano di origine, ha curiosamente la stessa età della Sissa e dell’Area di ricerca, che nascevano 40 anni fa. Si occupa di studiare l’affidabilità di una struttura, e i modi per minimizzare la resistenza e gli attriti in un mezzo di trasporto o progettare un dispositivo biomedico in grado di ridurre i rischi post-operatori: alcuni esempi in cui entra in gioco la matematica applicata e l’ingegneria computazionale. I modelli matematici si applicano al sistema cardiovascolare, ma anche nella nautica, settore che a Trieste è considerato un’eccellenza.
«Trieste deve puntare sul mare, dal quale non è mai stata tradita, e sull’economia blu. Tutto ciò che ruota attorno al porto, agli scambi e ai trasporti va coltivato e sostenuto. Ciò che caratterizza le nostre competenze scientifiche è la portabilità, cioè la possibilità di applicare nel concreto ciò che studiamo. Per Fincantieri – spiega il professore -, approfondiamo metodi che servono a rendere più performanti gli scafi delle navi, in modo che consumino e inquinino meno. Ci impegniamo anche a migliorare i confort di bordo. Oppure studiamo nuove eliche che consentano maggiore sicurezza, meno rumorosità e siano meno impattanti per l’ambiente marino».
A Trieste ci sono 37 ricercatori ogni mille abitanti, quasi il 5% della popolazione (record europeo: in Italia sono 4,9, ma anche nella virtuosa Finlandia non si superano i 15), un esercito di 10.400 tra ricercatori e docenti sparsi in città. «I numeri parlano chiaro ma ciò che rileva, per dare terreno fertile all’innovazione, è la vivacità del contesto, capace di adattarsi ai cambiamenti, perché ci sono diverse importanti realtà industriali e anche imprese di medie dimensioni inserite in un’economia sana e vivace. Aziende dove si realizza con successo tutta la filiera, dalla ricerca alla produzione. Fincantieri, ad esempio, dove dietro alla costruzione di grandi navi c’è una grande visione e un’ampia progettualità. Ma anche Wartsila, Elettrolux, Danieli e illycaffè, dove i progetti di ricerca delle università trovano humus fertile per crescere».
Per questo, Trieste ha un importante appuntamento nel 2020, quando diventerà capitale della scienza: la vera sfida sarà capitalizzare l’evento. «Trieste dovrà ottenere il ruolo che merita nel panorama della ricerca scientifica a livello europeo. Spero che abbia forza e volontà per ripensare sé stessa. Penso a una smart city allargata al porto che abbia un ampio respiro. Trieste ritorni alla visione di Budinich – è l’auspicio del professor Rozza -, sappia superare la logica novecentesca di chiusura, barriera, frontiera per passare al concetto di cerniera, di grande porta d’Europa qual è». —
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