Sertubi verso lo stop a novembre Rebus sul futuro delle maestranze

Assemblea, stato di agitazione e due ore di sciopero ieri mattina alla Sertubi, l’azienda controllata dal gruppo indiano Jindal Saw Italia che lavora tubi di ghisa nell’ex Arsenale in un capannone affittato otto anni fa da Duferco.
Il rientro post-feriale avviene in un’atmosfera plumbea, i 68 dipendenti danno ormai per scontato che a novembre la fabbrica chiuderà i battenti, perchè gli indiani non hanno spuntato il “made in Italy” per le semi-lavorazioni e faticano di conseguenza a piazzare la merce. Mercoledì prossimo completeranno la commessa irachena con gli ultimi 420 tubi, entro ottobre esauriranno qualche ritaglio, poi - come cantava Peppino di Capri - niente più. Jindal non ha neanche fatto le carte per la cassa integrazione.
Ma i 68, un numero vagamente mitico, sono pronti alla battaglia all’ultimo tubo, perchè - fa intendere Michele Pepe (Fim Cisl) - il materiale deve essere trasferito all’imbarco portuale per la spedizione ... Molto dipenderà dal confronto con Jindal, che potrebbe avvenire in teleconferenza lunedì prossimo o “de visu” giovedì o venerdì seguenti. «Fuori i numeri precisi degli esuberi, siamo tutti 68 o una quindicina di addetti resterà a fare i magazzinieri?» chiedono Pepe e la collega della Uilm Sandra Di Febo, supportati dai responsabili di categoria delle loro sigle, Alessandro Gavagnin e Antonio Rodà. L’aria è greve, l’azienda avrebbe persino minacciato di sospendere le relazioni industriali qualora venga proclamato uno sciopero. Jindal ha un contratto di affitto con Duferco valido fino al 2021, il braccio di ferro tra i due colossi siderurgici verte sulle modalità temporali, finanziarie, occupazionali del disimpegno. E’ uno dei punti caldi dell’incertissimo futuro Sertubi, su cui Fim e Uilm, uniche sigle rappresentative in fabbrica, mobilitano l’attenzione delle istituzioni, affinchè governo (quando ce ne sarà uno) e Regione battano un colpo .
Infatti ieri mattina ai cancelli di via von Bruck sono approdati pubblici amministratori e politici a recare solidarietà e garantire impegno sui tavoli istituzionali. C’erano il sindaco Dipiazza, il vicepresidente delConsiglio Regionale Francesco Russo (Pd), Roberto Cosolini (Pd), Marco Toncelli (Pd), Antonio Lippolis (Lega), Alberto Polacco (FI, che aveva presentato una mozione in Consiglio comunale), Paolo Menis (M5s), Marco Gabrielli (Lista Dipiazza). Dipiazza spera che le opportunità offerte dalla Trieste dell’avvenire (Porto vecchio, punti franchi, ex fiera, turismo) riescano a rispondere all’emergenza occupazionale di Sertubi. A distanza gli replica il segretario “dem” triestino Laura Famulari, che dubita della ricollocabilità dei 68 dipendenti in ambiti di carattere turistico. Russo chiede l’intervento di governo e Regione nel coinvolgere Jindal e Sertubi in una soluzione che governi la crisi aziendale. Cosolini insiste per la ripresa di una politica industriale che non abbandoni ogni difficoltà alla miracolistica opzione portuale. Pepe dice che l’Autorità portuale è interessata alla creazione di un punto franco all’ex Arsenale, ma la vicina Torre del Lloyd chiede quando le 7000 tonnellate di prodotto, stoccate “open” nei piazzali, saranno trasferite. —
Magr
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